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Il Football in The Community oggi: organizzazione e obiettivi di una realtà CSR consolida

I progetti Football in the Community sono molto più che semplici iniziative. Sono oggi veri e propri dipartimenti, composti a loro volta da diversi settori operativi. Un traguardo raggiunto col tempo, dopo anni di esperienza, studi dedicati, successi, ma anche iniziative meno fortunate. In questo nuovo articolo ci addentriamo ancora di più nelle viscere di quest’innovativa idea di CSR applicato al calcio in Inghilterra. 

 UNA SVOLTA… STORICA: IL CREATING CHANCES PROGRAMME

Come già accennato delineando la storia di queste realtà in un precedente approfondimento, gli albori del fenomeno Football in the Community erano decisamente meno articolati. L’interesse era prevalentemente rivolto alle nuove generazioni, e alla promozione del calcio in varie forme. Forse mancanza di possibilità o reali idee su come procedere, il concetto di comunità si limitava ad una dimensione più sportiva, conseguenza di una chiara volontà di accrescere il seguito della squadra.

Ci volle uno scossone della Premier League ad ispirare il cambiamento. Creating Chances Programme, appunto creare delle possibilità. Una strategia operativa per cambiare marcia. Quell’accelerazione che tanto si aspettava anche il governo, le cui priorità rispondevanoai nomi di inclusione sociale, educazione, salute e pari opportunità.

L’agenda dello stato diede spunto alla federazione per la realizzazione di una serie di progetti dedicati e collegati alle quattro tematiche appena citate. E non solo. Perché di riflesso anche i singoli Club iniziarono a ridimensionare i propri programmi per la community, ampliando le aree di intervento. Crearono nuove iniziative, integrarono quelle già attive in maniera più strategica, e aderirono a quelle parte del Creating Chances Programme. Il cambiamento atteso era finalmente arrivato.

“IT’S NOT JUST A GAME”: AREE DI INTERVENTO CHIAVE NEL COMMUNITY FOOTBALL

Dando uno sguardo qua e là ai vari progetti in circolazione, balza all’occhio oggi una certa uniformità nelle tematiche operative proposte dai vari Club. Più di una impressione, come confermato da Heledd Jenkins e Laura James, autrici di un interessante report datato 2013: “It’snot just a game: Community work in the UK football industry and approaches to corporate social responsibility”.

Il lavoro di queste due autrici è stato quello raccogliere i principali progetti sotto quelle che hanno definito aree di priorità chiave.Quello che si evince esplorando questo lavoro è che si ha a che fare con veri e propri dipartimenti all’interno di aziende calcistiche, legati a mission, target e obiettivi chiari e specifici. Tutt’altro chejust a game.

BENEFICIENZA

La raccoltafondi e la beneficienza hanno da sempre contraddistinto le squadre professionistiche. Sono forse la forme di aiuto alla comunità classiche, più tradizionalmente riconosciute. Quelle che, oltretutto, più di ogni altre mettono in buona luce le squadre, impegnate in campagne sociali dai riscontri pressoché immediati. Come? Iniziative, contributi, donazioni per progetti nei quali i Club sono direttamente coinvolti, o in sostegno ad organizzazione esterne.

COESIONE, INCLUSIONE E PARI OPPORTUNITA’

In quest’area rientrano tutti i progetti che puntano ad uno sviluppo della comunità. Un concetto abbastanza ampio, caratterizzato da varie sfaccettature. Considera, ad esempio, il tema dell’inclusione sociale, inevitabile in quelle realtà contraddistinte dall’alto tasso di migrazione e multietnicità. Ma anche l’allontanamento dei giovani da ambienti difficili, o la riduzione del tasso di comportamenti antisociali e criminalità. Inoltre, favorire l’accesso allo sport a quei gruppi tagliati fuori per vari motivi (condizioni economiche limitanti, o sfavorevoli in generale). Insomma, un ampio e fertile terreno ricco di opportunità percrescere.

DISABILITA’

Parlare di inclusione sociale non può prescinderedall’argomento disabilità. Questo tema è più che mai attuale, e sempre più in espansione. Ragione per cui molti Club vi dedicano una sezione del proprio dipartimento Community.

I progetti riguardano iniziative sportive di vario genere, dedicate e specifiche a tutte le forme di disabilità (autismo, cecità, fisiche, intellettive, ecc.) Ma non solo. Si continua con corsi di formazione per operatori del settore (allenatori e insegnanti). E anche partnership con varie organizzazioni, in un rapporto di stretta collaborazione.

EDUCAZIONE E FORMAZIONE

I primissimi progetti Football in the Community nacquero con il chiaro intento di combattere la disoccupazione e le difficoltà di quegli anni. Le società organizzarono corsi di formazione per facilitare il reinserimento delle persone nel mondo del lavoro.

I Club hanno mantenuto questa missione, facendo dell’educazione un chiaro obiettivo dei propri piani d’azione. E questocon iniziative per tutti.

Partendo ovviamente dai bimbi delle scuole elementari, di cui ci si preoccupa dell’alfabetizzazione, del miglioramento di fondamentali come il calcolo matematico o la lettura, o anche delle cosiddette lifeskills, capacità specificatamente sportive (resilienza, lavoro di squadra, ecc.) utili anche nella vita di tutti i giorni. Questi obiettivi sono associati al calcio, sfruttando il fascino del gioco e l’influenza dei suoi interpreti più famosi sulle nuove generazioni.

Si continua poi con progetti per i giovani. Questi sono avvicinati alle professioni nell’ambito community coaching, con corsi di formazione organizzati su vari livelli: specializzazioni, qualifiche professionali, diplomi e percorsi universitari.

Per finire, l’educazione riguarda anche i più grandi. Corsi di inglese, ITC, o comunque tutte quelle materie che possano permettere di aumentare l’appetibilità nel mondo del lavoro.

AMBIENTE E RINNOVAMENTO

Il legame Club – territorio è da sempre molto stretto.Ogni società dipende dal contesto di appartenenza. Per questo, ogni investimento, tentativo di rinnovamento o valorizzazioneurbanasono sia una responsabilità, che un’opportunità.

I progetti qui possono riguardare il miglioramento del rapporto persone-ambiente, con campagne di sensibilizzazione su tematiche ambientali, come la riduzione delle emissioni o l’evitare gli sprechi (anche e soprattutto durante gli eventi sportivi).

Oppure, investimenti più massici e a lungo termine. Un esempio è la costruzione dell’Emirates Stadium – casa dell’Arsenal – e il suo impatto sul quartiere circostante. Un’area, quella di Islington, a detta di moltinon particolarmente sicura negli anni ’90, che ha saputo rifiorire anche grazie all’impianto e alle infrastrutture annesse: nuovi centri residenziali (compresi quelli che hanno ‘inglobato’ il vecchio Highbury), un moderno sito per lo smistamento dei rifiuti, aree verdi e linee di trasporto.

PROMOZIONE SPORT E CALCIO

Il dipartimento Community è in prima linea nella promozione dello sport, con scontato accento sul calcio. L’obiettivo è la massima partecipazione al gioco, creando livelli di accesso diversificati. Progetti nelle scuole, scuole calcio, centri di sviluppo, eventi, sessioni settimanali gratuite. Le attività sono destinatea tutte le età e abilità, ma anche genere (sviluppatissimo il calcio femminile), in un modello che promuova la partecipazione e garantisca continuità dell’esperienza sport.

Ma non solo. Oltre al calcio giocato, si parla anche di miglioramento della cultura sportiva: fair play. Il rapporto famiglie-sport e le campagne ‘RESPECT’sono alcuni dei tanti temi trattati. Tutto quello che, in buona sostanza, possa influire positivamente sulla qualità movimento.

COMMUNITY ‘MONDIALE’

In un calcio sempre più senza confini e globalizzato, ogni Club ha necessità di espandere i propri progetti oltre la più classica comunità territoriale.

Questo indubbiamente per senso di responsabilità verso quei popoli in difficoltà. Ma con anche una velata opportunità di ampliare il raggio d’azione del proprio marchio, facendosi buona pubblicità in giro per il globo.

I progetti qui possono riguardare eventi e iniziative in cui il calcio coinvolga la gente e porti positività e opportunità alle nuove generazioni in angoli del mondo, specialmente in quelle aree in via di sviluppo.

Un bell’esempio nostrano quello di‘Inter Campus’, progetto dei nerazzurri in Paesi come Sud America o Sud Est Asiatico. Oppure, per tornare Oltremanica, interessante ed encomiabile l’impegno dell’ex capitano dei Gunners Per Mertesacker in Giordania, costruendo campi e aiutando i giovani affetti dalla guerra in collaborazione con Save the Children. Infine, molto interessante il progetto Premier League Skills che, in collaborazione con il British Council, ha messo a punto un percorso di formazione per coach e insegnanti delle realtà locali con cui lavorando, promuovendo il miglioramento della qualità dell’offerta formativa e sportiva nel segno della sostenibilità e dell’investimento sul capitale umano.

SALUTE E BENESSERE

Infine, l’associazione sport – salute è da anni più di una certezza. In quest’ottica, molti progetti Football in the Community sono destinati al miglioramento dello stato di benessere delle persone, obiettivo in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Come quelli relativi alla sensibilizzazione verso temi specifici: lotta al fumo, alimentazione corretta, stop all’abuso di alcol, ecc. Oppure quelli che si preoccupano di combattere problematiche quali l’obesità o il recupero dapatologie. Infine, programmi di prevenzione e coinvolgimento in attività dedicate. In cui il calcio sia, come sempre, il veicolo e la calamita grazie al quale raggiungere gli obiettivi prefissati.

Guai, a questo punto, a definirlo just a game!

 

Stefano d’Errico, Community Football Coach at Arsenal FC

Football in the Community. Una best practice che parte da lontano

L’esempio più concreto e meglio sviluppato di responsabilità sociale applicata al calcio è il fenomeno ‘Football in the Community’ che coinvolge praticamente tutti i Club professionistici inglesi. In questo approfondimento, ripercorriamo un pò la storia di questa incredibile best practice, dagli albori sino ai giorni nostri. 

Sono le 3.25 pm alla St. John’s Highbury Vale Primary School, scuola elementare nel quartiere nord di Londra. La campanella è appena suonata, e Jack e Lily si stanno cambiando in fretta e furia. C’è l’allenamento di calcio dopo scuola con il loro coach dell’Arsenal. Quello che non si aspettano, però, è che oggi non avranno solo un allenatore, ma ben quattro. E tre di loro davvero speciali: Danny Welbeck, Alexander Lacazette, e Henrikh Mkhitaryan.

Scene consuete per la community londinese di Islington. Non è raro vedere, infatti, i giocatori far visita ai piccoli tifosi, per la loro gioia incontenibile. Questa visita è ovviamente parte di un qualcosa più ampio. Immenso a pensarci bene. Un movimento in continua ascesa. Non si giustificherebbe, altrimenti, la completa e incurabile malattia del popolo Britishper il calcio. Sto parlando del fenomeno del Football in the Community (FitC). Cercare di spiegare cos’è  in breve non è proprio facilissimo, ma cercherò di fare del mio meglio. Riferendosi all’esempio sopra, perché l’Arsenal – o ogni altra società professionistica – dovrebbe mandare i propri coache in qualche caso i suoi strapagati tesserati in una scuola elementare a fare una lezione di calcio? Per creare opportunità di partecipazione all’attività sportiva, avvicinandosi alle esigenze dei partecipanti, e sfruttando il brand che si porta sul petto come ‘calamita’. Ispirare, coinvolgere, garantire un’esperienza positiva. Non avrei parole migliori per descrivere questa iniziativa. I club calcistici hanno questo potenziale incredibile, quello di riuscire ad avere appeal sui giovani. Per questo motivo, hanno la responsabilità di farlo, perché raggiungere le nuove generazioni può voler dire migliorare la loro vita, e quindi la società. Ma lasciami dire anche la necessità di operare in questa maniera. D’altra parte, sono proprio i più giovani coloro i quali permettono alle società di esistere e sopravvivere.

Basta navigare un po’ sul web per capire che il tema è di assoluta attualità. E questo non solo nel Regno Unito dove è nato. Tutte le principali organizzazioni sportive, dalla FIFA all’UEFA, fino ai Club di altri Paesi hanno un’attenzione e una consapevolezza diversa nei confronti delle tematiche sociali e della comunità di riferimento in cui operano. Spesso, ci si trova davanti ad organizzazioni indipendenti, che della squadra di appartenenza mantengono solo il nome. Oppure, quando ancora parte del club, in stretto contatto con il settore commerciale, branca del piano strategico di responsabilità sociale. Forse, anche le motivazioni sono cambiate. Non si opera più solo per desiderio e sentimento filantropico di intervenire, quanto più per consapevolezza di doverlo fare e opportunità. Il calcio business moderno muove moltissimo denaro, e le persone sono ora consumatori più che semplici tifosi. Sono loro quelli che permettono al club di vivere, con il merchandising, gli abbonamenti e i diritti TV. Ecco che allora questa fedeltà deve essere in qualche modo ricambiata, ma se vuoi anche conquistata. Bisogna creare affiliazione, senso di identità ed appartenenza. Allo stesso tempo, è forse grazie all’incredibile posta in gioco che il progetto “FitC”, un esperimento solo 30 anni fa, è diventato ora quello che è. Un movimento sociale che gioca la sua partita su più campi, da quello educativo a quello sportivo, passando per quello urbanistico. Tutto, per lo sviluppo della comunità.

Se pensi che la realtà del Football in the Community sia qualcosa di recente dovrai ricrederti. È radicata da decenni. Alcuni sostengono sia nata con le squadre stesse, sul finire dell‘800, quando le compagini calcistiche eranonient’altro che le comunità che rappresentavano: organizzazioni parrocchiali, gruppi dopo-lavoro, ecc. Una distrazione necessaria dallo stile di vita che molti lavoratori dovevano sopportare, quello delle industrie simbolo della rivoluzione industriale. Il calcio, quasi involontariamente, stava assumendo il ruolo di promotore del benessere sociale. Purtroppo, il connubio calcio-comunità era imprescindibile sia nel bene, che nel male. Il peggiorarsi delle condizioni sociali, l’aumento delle disparità e l’assenza di interventi decisi da parte dei poteri forti ebbero conseguenze negative sulla qualità della vita, e inevitabilmentesul football. Stadi e strutture inadatte, difficoltà continue, zero investimenti, e il flagello degli Hooligans che, tra gli anni ’70 e ’80, avevano reso il calcio inglese tristemente popolare in giro per l’Europa. Il Governo di allora si convinse che proprio il calcio poteva avere un ruolo importante in questa battaglia per lo sviluppo, avendo il potere di coinvolgere e influenzare la gente. Nel 1986, venne lanciato il progetto pilota Football in the Community. Gli obiettivi erano semplici e chiari: abbattere la disoccupazione, coinvolgere le minoranze in attività ricreative, combattere il fenomeno hooligans e riavvicinare i club alle proprie comunità.

Direzioni chiare ma, nonostante ciò, i programmi non particolarmente specifici. Si riferivano più che altro ai bambini e alle scuole, quasi un desiderio di focalizzarsi e quindi assicurarsi le generazioni future. In questo, il tentativo concreto era quello di scovare i migliori talenti del territorio da spedire ai vivai. Sebbene questa distanza dagli obiettivi iniziali, le iniziative sembravano riscuotere parecchio successo. Il Governo infatti era abbastanza attivo, in quegli anni, sulle tematichesociali. L’attualità dell’argomento rendeva qualsiasi tentativo o programma ben visto e supportato, onda che i club decisero di cavalcare. Si era infatti arrivati al punto che tutte le società professionistiche avevano il loro piano sociale d’intervento. Ma la vera svolta avvenne dopo le elezioni del 1997, con l’ideologia della Terza Via che si stava imponendo come corrente politica del Paese.

Il calcio venne travolto da questa nuova visione,e sfruttato nel suo pieno potenziale.Al football venne riconosciuta una libertà economica esagerata, aspettandosiperò che questo fosse in qualche modo restituito alla popolazione, facendo leva sul senso di responsabilità civile e sociale caposaldo della nuova corrente politica. I programmi si arricchirono ulteriormente. Le areeoperative erano ora molto più varie e articolate, coprendo una gamma di settori molto più ampia. Non più solo giovani e sport, ma anche tematiche e obiettivi più ambiziosi (salute, lotta ai comportamenti antisociali come le dipendenze, ecc.). Il fenomeno Football in the Community stavadefinitivamente spiccando il volo, raggiungendo i livelli che si possono ammirare oggi. Ogni Club, dalla più blasonata Premier League alle serie minori, ha il proprio dipartimento, che offre una serie di iniziative e progetti, autonomamente o in collaborazione con altre realtà.

Sensazioni, impressioni, critiche. Condivido ogni emozione da protagonista, che vive quotidianamente e in prima persona questa realtà. Creare opportunità di partecipazione è fondamentale, specialmente in contesti e con gruppi che sarebbero altrimenti tagliati fuori. Il calcio come gioco e attività sportiva è senz’altro un veicolo. Ma non necessariamente positivo. Il valore dell’esperienza è determinato dalla qualità della stessa, se sa coinvolgere e incontrare i bisogni di chi partecipa. Coinvolgere sia fisicamente che emotivamente. Ad ogni modo, il calcio ha bisogno delle sue comunità. Ha bisogno delle nuove generazioni per continuare a vivere e svilupparsi.E glielo deve, perché senza non esisterebbe alle latitudini che conosciamo oggi.

 

Stefano d’Errico, Community Football Coach at Arsenal FC