Football in the Community. Una best practice che parte da lontano

L’esempio più concreto e meglio sviluppato di responsabilità sociale applicata al calcio è il fenomeno ‘Football in the Community’ che coinvolge praticamente tutti i Club professionistici inglesi. In questo approfondimento, ripercorriamo un pò la storia di questa incredibile best practice, dagli albori sino ai giorni nostri. 

Sono le 3.25 pm alla St. John’s Highbury Vale Primary School, scuola elementare nel quartiere nord di Londra. La campanella è appena suonata, e Jack e Lily si stanno cambiando in fretta e furia. C’è l’allenamento di calcio dopo scuola con il loro coach dell’Arsenal. Quello che non si aspettano, però, è che oggi non avranno solo un allenatore, ma ben quattro. E tre di loro davvero speciali: Danny Welbeck, Alexander Lacazette, e Henrikh Mkhitaryan.

Scene consuete per la community londinese di Islington. Non è raro vedere, infatti, i giocatori far visita ai piccoli tifosi, per la loro gioia incontenibile. Questa visita è ovviamente parte di un qualcosa più ampio. Immenso a pensarci bene. Un movimento in continua ascesa. Non si giustificherebbe, altrimenti, la completa e incurabile malattia del popolo Britishper il calcio. Sto parlando del fenomeno del Football in the Community (FitC). Cercare di spiegare cos’è  in breve non è proprio facilissimo, ma cercherò di fare del mio meglio. Riferendosi all’esempio sopra, perché l’Arsenal – o ogni altra società professionistica – dovrebbe mandare i propri coache in qualche caso i suoi strapagati tesserati in una scuola elementare a fare una lezione di calcio? Per creare opportunità di partecipazione all’attività sportiva, avvicinandosi alle esigenze dei partecipanti, e sfruttando il brand che si porta sul petto come ‘calamita’. Ispirare, coinvolgere, garantire un’esperienza positiva. Non avrei parole migliori per descrivere questa iniziativa. I club calcistici hanno questo potenziale incredibile, quello di riuscire ad avere appeal sui giovani. Per questo motivo, hanno la responsabilità di farlo, perché raggiungere le nuove generazioni può voler dire migliorare la loro vita, e quindi la società. Ma lasciami dire anche la necessità di operare in questa maniera. D’altra parte, sono proprio i più giovani coloro i quali permettono alle società di esistere e sopravvivere.

Basta navigare un po’ sul web per capire che il tema è di assoluta attualità. E questo non solo nel Regno Unito dove è nato. Tutte le principali organizzazioni sportive, dalla FIFA all’UEFA, fino ai Club di altri Paesi hanno un’attenzione e una consapevolezza diversa nei confronti delle tematiche sociali e della comunità di riferimento in cui operano. Spesso, ci si trova davanti ad organizzazioni indipendenti, che della squadra di appartenenza mantengono solo il nome. Oppure, quando ancora parte del club, in stretto contatto con il settore commerciale, branca del piano strategico di responsabilità sociale. Forse, anche le motivazioni sono cambiate. Non si opera più solo per desiderio e sentimento filantropico di intervenire, quanto più per consapevolezza di doverlo fare e opportunità. Il calcio business moderno muove moltissimo denaro, e le persone sono ora consumatori più che semplici tifosi. Sono loro quelli che permettono al club di vivere, con il merchandising, gli abbonamenti e i diritti TV. Ecco che allora questa fedeltà deve essere in qualche modo ricambiata, ma se vuoi anche conquistata. Bisogna creare affiliazione, senso di identità ed appartenenza. Allo stesso tempo, è forse grazie all’incredibile posta in gioco che il progetto “FitC”, un esperimento solo 30 anni fa, è diventato ora quello che è. Un movimento sociale che gioca la sua partita su più campi, da quello educativo a quello sportivo, passando per quello urbanistico. Tutto, per lo sviluppo della comunità.

Se pensi che la realtà del Football in the Community sia qualcosa di recente dovrai ricrederti. È radicata da decenni. Alcuni sostengono sia nata con le squadre stesse, sul finire dell‘800, quando le compagini calcistiche eranonient’altro che le comunità che rappresentavano: organizzazioni parrocchiali, gruppi dopo-lavoro, ecc. Una distrazione necessaria dallo stile di vita che molti lavoratori dovevano sopportare, quello delle industrie simbolo della rivoluzione industriale. Il calcio, quasi involontariamente, stava assumendo il ruolo di promotore del benessere sociale. Purtroppo, il connubio calcio-comunità era imprescindibile sia nel bene, che nel male. Il peggiorarsi delle condizioni sociali, l’aumento delle disparità e l’assenza di interventi decisi da parte dei poteri forti ebbero conseguenze negative sulla qualità della vita, e inevitabilmentesul football. Stadi e strutture inadatte, difficoltà continue, zero investimenti, e il flagello degli Hooligans che, tra gli anni ’70 e ’80, avevano reso il calcio inglese tristemente popolare in giro per l’Europa. Il Governo di allora si convinse che proprio il calcio poteva avere un ruolo importante in questa battaglia per lo sviluppo, avendo il potere di coinvolgere e influenzare la gente. Nel 1986, venne lanciato il progetto pilota Football in the Community. Gli obiettivi erano semplici e chiari: abbattere la disoccupazione, coinvolgere le minoranze in attività ricreative, combattere il fenomeno hooligans e riavvicinare i club alle proprie comunità.

Direzioni chiare ma, nonostante ciò, i programmi non particolarmente specifici. Si riferivano più che altro ai bambini e alle scuole, quasi un desiderio di focalizzarsi e quindi assicurarsi le generazioni future. In questo, il tentativo concreto era quello di scovare i migliori talenti del territorio da spedire ai vivai. Sebbene questa distanza dagli obiettivi iniziali, le iniziative sembravano riscuotere parecchio successo. Il Governo infatti era abbastanza attivo, in quegli anni, sulle tematichesociali. L’attualità dell’argomento rendeva qualsiasi tentativo o programma ben visto e supportato, onda che i club decisero di cavalcare. Si era infatti arrivati al punto che tutte le società professionistiche avevano il loro piano sociale d’intervento. Ma la vera svolta avvenne dopo le elezioni del 1997, con l’ideologia della Terza Via che si stava imponendo come corrente politica del Paese.

Il calcio venne travolto da questa nuova visione,e sfruttato nel suo pieno potenziale.Al football venne riconosciuta una libertà economica esagerata, aspettandosiperò che questo fosse in qualche modo restituito alla popolazione, facendo leva sul senso di responsabilità civile e sociale caposaldo della nuova corrente politica. I programmi si arricchirono ulteriormente. Le areeoperative erano ora molto più varie e articolate, coprendo una gamma di settori molto più ampia. Non più solo giovani e sport, ma anche tematiche e obiettivi più ambiziosi (salute, lotta ai comportamenti antisociali come le dipendenze, ecc.). Il fenomeno Football in the Community stavadefinitivamente spiccando il volo, raggiungendo i livelli che si possono ammirare oggi. Ogni Club, dalla più blasonata Premier League alle serie minori, ha il proprio dipartimento, che offre una serie di iniziative e progetti, autonomamente o in collaborazione con altre realtà.

Sensazioni, impressioni, critiche. Condivido ogni emozione da protagonista, che vive quotidianamente e in prima persona questa realtà. Creare opportunità di partecipazione è fondamentale, specialmente in contesti e con gruppi che sarebbero altrimenti tagliati fuori. Il calcio come gioco e attività sportiva è senz’altro un veicolo. Ma non necessariamente positivo. Il valore dell’esperienza è determinato dalla qualità della stessa, se sa coinvolgere e incontrare i bisogni di chi partecipa. Coinvolgere sia fisicamente che emotivamente. Ad ogni modo, il calcio ha bisogno delle sue comunità. Ha bisogno delle nuove generazioni per continuare a vivere e svilupparsi.E glielo deve, perché senza non esisterebbe alle latitudini che conosciamo oggi.

 

Stefano d’Errico, Community Football Coach at Arsenal FC