Working With Passion. La parola a Gian Paolo Maini di Modena Volley

Passione. Comunicazione. Competenza. Modena città. Modena Volley. Parlando di Sport. Giornalismo. Ivan Zaytsev. Julio Velasco. Social. Big Data.

Stavolta, abbiamo individuato queste parole chiave e non crediamo sia poco.  Auspicandoci, come sempre, che possa essere per voi lettori un approfondimento interessante vi proponiamo l’intervista a Gian Paolo Maini, Responsabile Ufficio Stampa di Modena Volley. Per noi un’altra lezione, altri spunti interessanti e un modello di riferimento da aggiungere nel nostro “database”.

Partiamo da un elemento che ci ha subito colpito e spinti a contattarla pensando di essere in linea con il suo modo di vivere lo sport e il proprio lavoro. Utilizza spesso sui profili personali l’hashtag #WorkingWithPassion: cosa significa, cosa vuole trasmettere? Un hashtag che secondo noi si trasforma in un costante e forte messaggio! Penso che per fare il lavoro del responsabile ufficio stampa all’interno di una società sportiva di alto livello come Modena Volley sia fondamentale abbinare professionalità e passione, il nostro è un lavoro totalizzante che senza una componente emozionale diventa a mio modo di vedere molto difficile da svolgere. Io ho un motore che mi spinge ad affrontare ogni giorno come una bella sfida e mi piace condividere questa idea nei miei post, da qui nasce #WorkingWithPassion.

Vogliamo conoscerla meglio. Ci racconti la sua esperienza o meglio il suo percorso formativo, gli studi ma non solo. Periodi, momenti o eventi che hanno segnato in positivo la sua carriera ed il professionista che è oggi! Mi sono laureato in scienze politiche con indirizzo comunicazione e marketing nel 2005, mentre lavoravo come direttore commerciale in un’azienda che vendeva in Italia e Spagna videonoleggi automatici. Dopo la laurea ho seguito un corso di giornalismo all’ Università di Bologna con stage in una radio/tv della città. Da sempre ho avuto una sorta di vocazione per il giornalismo e solo nel 2007, alla soglia dei trent’anni mandai una mail ad un’emittente locale per collaborare. Nemmeno un anno dopo conducevo i tg sportivi, una trasmissione a Modena e scrivevo di sport sul quotidiano collegato alla tv. Nel 2009 ho deciso di dare vita con un socio ad un’agenzia di comunicazione ed organizzazione eventi ed iniziato anche il lavoro di addetto stampa. Nel 2014 è nato www.parlandodisport.it, il sito di cui sono ancora editore e direttore, ho 5 collaboratori che portano avanti una realtà che è diventata significativa sia come contenitore di notizie che come agenzia di comunicazione, sportiva e non. Nell’ottobre 2014 ho iniziato a lavorare come addetto stampa per Modena Volley ed oggi oltre a quel ruolo ricopro quello di giornalista assunto a Radio Pico. Con l’agenzia Parlando di Sport curiamola comunicazione di ACI Modena, La Fratellanza e Hockey Amatori Modena, tre grandi realtà della mia città.

Capitolo Modena Volley: come definirebbe lo stile comunicativo del club? Quale l’obiettivo e la campagna, l’iniziativa in termini social che le ha dato grande soddisfazione? Sono alla quinta stagione in Modena Volley ed ogni giorno sento sulla mia pelle l’onere e l’onore che rappresenta il fare parte di quello che è il club con la tradizione più forte di tutti al mondo. Il nostro è uno stile comunicativo in continua evoluzione, che guarda al moderno senza mai perdere di vista la nostra storia. Non mi occupo personalmente dei social, in quell’ambito curo solamente twitter e youtube, ne sono responsabili i miei colleghi del digital. La campagna comunicativa che ricordo con maggior soddisfazione è quella legata all’arrivo di Ivan Zaytsev e Julio Velasco nell’estate scorsa: arrivava a Modena il simbolo del volley italiano e insieme a lui tornava l’allenatore che rappresenta l’essenza del volley mondiale. Oggi, a distanza di qualche mese, ricordo con grande orgoglio il giorno della presentazione di entrambi, ci fu un lavoro enorme “dietro le quinte”, fatto da uno staff che era ed è affiatatissimo. Da quando sono a Modena Volley ho vissuto e raccontato le vittorie di 3 Supercoppe, 2 Coppe Italia e uno Scudetto, ecco, le gioie per un evento riuscito perfettamente si avvicinano a quelle in cui si alza una Coppa, senza festeggiamenti in campo, ma con tanta adrenalina che lascia spazio ai sorrisi.

Crediamo che il confronto e lo studio continuo sia essenziale nel nostro settore: può indicarci un club del quale ammira la strategia di comunicazione? Perchè? Immagino sia una risposta che può essere scontata, ma ritengo che la Juventus abbia fatto un lavoro di marketing abbinato alla comunicazione sportiva che non ha eguali nel nostro Paese. Si sono dati obiettivi e li hanno raggiunti, sono passati da un livello europeo a quello mondiale senza mai dare la sensazione di essere in affanno, la comunicazione efficace nel 2019 a mio parere è anche questo:correre riuscendo a non perdere mai la concentrazione. Serve moltissimo ossigeno, loro ci sono riusciti.

Non possiamo esimerci dal farle questa domanda: cosa significa stare al fianco di un personaggio come Julio Velasco? Cosa l’ha colpita in particolare del Coach e soprattutto come motiva la sua straordinaria capacità comunicativa? Per noi e ovviamente non solo per noi un punto di riferimento sportivo eccezionale. Beh, Julio Velasco per un giornalista sportivo come me era un punto di riferimento comunicativo e lavorare con lui ogni giorno è un dono. Come tutti i “grandi” Julio ha una umiltà e una immediatezza che ti spiazzano, sa metterti a tuo agio, apprezza la dialettica, il confronto, è curioso, perennemente alla ricerca di qualcosa che possa arricchirlo. La dote che però più mi ha colpito, sin da subito, è la capacità di trasmettere concetti molto profondi con una semplicità ed una immediatezza disarmanti. Ogni volta che Julio finisce una chiacchierata il pensiero è sempre lo stesso… è di un altro livello. Lui spiega in 3 minuti quello che normalmente ti viene proposto in 30, ed è qualcosa di straordinario. Ha una efficacia comunicativa spaventosa.

Fonte Fanpage Facebook Modena Volley

Chiudiamo con una domanda che spesso facciamo. Eventi, Sponsor Day, Merchandising, Social: come si fidelizza il pubblico? Quanto è importante definire alla perfezione il target al quale ci rivolgiamo per far giungere il nostro messaggio? Il pubblico si fidelizza in tanti modi diversi, ma è fondamentale avere una linea ben chiara da tenere e lo sviluppo organizzativo del nostro ufficio ha reso possibile ciò che stiamo realizzando oggi. La definizione del target è fondamentale, non a caso l’analisi dei big data sta divenendo una priorità per tutti i club e le realtà di alto livello, l’analisi del pubblico cui ci si rivolge è il punto di partenza per ogni strategia, che si parli di comunicazione, di social o di marketing.

 

Social Media per lo sport: intervista a Luigi Di Maso

Spunti interessanti, una chiacchierata piacevole e con un ritmo fluido. L’intervista a cura della Project SPORT Management a Luigi Di Maso, Social Media Editor per lo sport.

Partiamo dall’attualità. Dopo alcuni messaggi e contatti ci siamo conosciuti di persona e incrociati al Social Football Summit. Per noi è stato un evento importante, ben strutturato e soprattutto un qualcosa che probabilmente manca, ovviamente parlando di Calcio e Social. Qual è il tuo bilancio personale dell’evento? Quali i momenti e le tematiche che più ti hanno colpito? Ecco, una cosa che mi è piaciuta molto è aver conosciuto persone come voi, con cui c’è stato un primo approccio proprio sui social. Se un evento riesce a concretizzare questo step, per chi lavora in questo mondo, ha già centrato un obiettivo. Sul Social Football Summit dico che è andato tutto oltre le aspettative. La prima volta che Massimo Tucci mi parlò di questa idea era a maggio. Vederla realizzata ti regala una sensazione di piacevole soddisfazione che dura poi nel tempo. Mi è piaciuto molto il panel “The Italian Way”, anche se Massimo mi bocciò l’idea di chiamarlo “Di padre in fan”, vi do questa chicca 😊. Proprio perché secondo me piazze come Sampdoria, Parma e Cagliari esprimono al meglio la passione viscerale del tifoso della propria città. Un tifo che viene tramandato appunto di padre in figlio, quindi fan sui social. Per queste squadre credo che lo strumento digital sia davvero il vettore per diventare intimi con i propri supporters. In realtà come queste i social media sono davvero un gran strumento.

“Aiuto società sportive, enti e associazioni ad affermarsi sul web tramite lo Storytelling, l’ideazione della strategia digital e la creazione di contenuti creativi sul proprio sito e i social.”. Abbiamo rubato la tua breve descrizione dal profilo LinkedIn: breve ma estremamente chiara. In che direzione sta andando oggi la comunicazione social? È quasi impossibile dirlo. Dico questo perché se ci pensiamo nel primo Facebook non era possibile caricare video nativi, poi tutto si è evoluto in pochissimo tempo. Ora il video è e sarà il contenuto fondamentale in una strategia di social media. Si può dire che la complessità dei contenuti aumenterà, e per complessità intendo le tipologie di format e la diversificazione. Ci tengo a sottolinearlo perché complessità in teoria è una parola che non va d’accordo con questi strumenti. Come nella vita reale, contenuti e conversazioni devono essere semplici, diretti. L’unica direzione sarà quella già intrapresa, ovvero la strada che porta al coinvolgimento dei tifosi tramite intrattenimento. Cambieranno ovviamente le tipologie di contenuto e le piattaforme che lo ospiteranno, ma la narrazione come fondamenta da cui partire, non morirà mai.

Hai parlato di Storytelling. Per noi le potenzialità della narrazione e della comunicazione persuasiva trovano nello sport il palcoscenico ideale. Riusciresti a definire il tuo/vostro stile di comunicazione? Su quali elementi in particolare fai leva? Noi di Quei Bravi Ragazzi prima di cominciare con la nostra attività, abbiamo stilato un manifesto che si chiama appunto lo stile QBR. Che poi più che stile è una questione di mission e obiettivi. Il “nostro stile” si incentra su un modo di fare e su una comunicazione etica. La nostra mission è digitalizzare lo sport fiorentino. Missione ardua ma necessaria. Non arriviamo con la spocchia di chi ne sa, al massimo come diciamo, arriviamo come supereroi che hanno semplicemente gli strumenti per aiutare i nostri partner. Il nostro hashtag di riferimento per dirti una banalità è #DigitalizziAMOlosport. Che racchiude il nostro obiettivo e il come lo facciamo, amando il mondo dello sport e dei social. Se poi parliamo di stile estetico, quando produciamo video ad esempio, l’approfondimento come scelta narrativa, e la voglia di scavare nel sentimento della società sportiva o personaggio, sono i nostri punti fissi. Siamo cresciuti a pane e Sky, quindi ricreare “il servizio di approfondimento” trasportato alle logiche del social, è quello che proviamo a fare. Facciamo leva proprio su chi è davanti a noi. Vogliamo sempre tirare fuori quell’episodio o quel sentimento che poi chi usufruisce del contenuto coglie e apprezza. Quando dobbiamo iniziare qualsiasi tipo di lavoro pensiamo: “Ok, cosa vorrebbe trovarsi sui propri smartphone / pc chi sta dall’altra parte?”.

Abbiamo approfondito il tuo profilo, sei uno dei Co-Fondatori di “Quei Bravi Ragazzi”. Nella presentazione descrivete lo stile QBR attraverso trasparenza, creatività, rispetto e collaborazione. Condividiamo i vostri valori, ci muoviamo sulla stessa linea d’onda. Vogliamo quindi approfondire un concetto, la creatività. Ne abbiamo parlato anche di persona, oggi i contenuti video, immagini e grafiche sono quelli dal quale si ottiene una maggiore risposta. Sai dirci il perchè? Ti ricordi come eravamo a scuola? Il più delle volte sfogliavamo il libro guardando solo le immagini. Siamo guidati dal nostro cervello, che è predisposto a questo tipo di cose. Ci sarebbe da aprire un discorso enorme su neuroni a specchio o più genericamente la neuroscienza, che spiega il perché reagiamo meglio a video o immagini. Ad un certo tipo di colore anziché un altro. È una questione di percezione e attenzione. È un mondo favoloso e su questo punto, visto che mi capita spesso di farlo, consiglio di seguire Gianmarco Terraciano, esperto in materia in Italia.

Se non lo avete già fatto, vi invito a guardare questo video: https://www.youtube.com/watch?v=S-a4rz1H99Q

Possiamo quindi capire che la creatività non è l’immagine bella o simili, ma la risposta migliore che si può dare ad un problema, ad una richiesta. La creatività, vedi nell’architettura, ha sempre risolto problemi, magari facendole nel modo più bello e semplice possibile.

Torniamo alla prima domanda. Cosa ti ha lasciato il Social Football Summit? Noi siamo stati entusiasti, la cosa che più ci ha entusiasmato è la struttura dell’evento: tanti casi di studio, tanti club e partner importanti, molta concretezza e poca teoria.  Il Social Football Summit mi ha triplicato la voglia di continuare a lavorare in questo mondo. Che è la cosa migliore che può lasciarti un’esperienza: l’entusiasmo.Poi c’è stato il dietro le quinte del dietro le quinte. Gli speaker si sono fatti coinvolgere talmente tanto dalla bella atmosfera, che hanno raccontato anche i particolari di come sono nati alcuni contenuti. Cosa che difficilmente ho trovato in altri eventi di formazione. Così come la disponibilità al dialogo di tutti. I casi studio e i panel differenziavano anche negli ambiti trattati, altra nota positiva. Chiudo dicendo che l’anno prossima si andrà verso il miglioramento, ma non come si è consueti dire alla fine di un percorso, sarà davvero così. Quindi una grande bomba.

Di alcuni dei nostri lavori mi piaceva segnalarti questo video con Romei (quello che ha scoperto Chiesa praticamente): https://www.facebook.com/queibraviragazzifirenze/videos/217716208732572/

Oppure questa mini serie sulla calciatrice femminile Deborah Rinaldi, campione d’Italia con la Fiorentina e grazie al percorso iniziato anche con noi, oggi atleta Adidas: https://www.facebook.com/queibraviragazzifirenze/videos/250140852156774/

 

 

Comunicazione, Marketing e Pubbliche Relazioni: intervista a Stefano Marchesi!

Torniamo alla grande con il nostro blog e apriamo la nuova stagione con l’intervista a Stefano Marchesi, Sports Public Relations Specialist, con una carriera fatta di importanti incarichi nel mondo della comunicazione sportiva e oggi tra le tante attività, PR Manager del Campione del Mondo 2006 Marco Amelia. Onestamente lo seguiamo da tempo, per la nostra realtà emergente è sicuramente uno di quei punti di riferimento che seguiamo per apprendere e aggiornarci sempre più. Una intervista dal quale abbiamo tratto ancora una volta importanti spunti di riflessione. Buona lettura!  

Alle spalle le esperienze come Responsabile Comunicazione di Hellas Verona e Udinese. Ovviamente ogni club ha le sue caratteristiche e specificità, ma riflettendo su una prospettiva generale quali sono le priorità comunicative di un club di calcio? Tra informazione e coinvolgimento, quale deve essere lo stile? Le PR sono in evoluzione continua, grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione, ad esempio i social media, che creano un contatto diretto e immediato tra la realtà del club e il mondo esterno. Oggi le società di calcio possono usufruire dei propri strumenti di comunicazione per bypassare i media tradizionali, rendendo il rapporto con i tifosi e gli appassionati più diretto e meno filtrato. Ci deve essere il giusto equilibrio tra informazione e coinvolgimento, non sono un grande fan della gestione troppo “allegra” che alcuni social media manager adottano sugli account dei club. Le iniziative più leggere e divertenti a mio avviso vanno bene se i protagonisti sono direttamente calciatori, allenatori e dirigenti sotto la regia del club. Ma certe operazioni viste su alcuni account anche di club importanti mi sembrano più frutto di una sorta di onanismo digitale per dimostrare di essere bravi e spiritosi, che nulla ha a che vedere con la tutela e lo sviluppo di brand calcistici importanti e di grande valore.

Comunicazione e marketing oggi devono avere una visione integrata. Siamo molto interessati a questo binomio che, secondo noi, si deve esprime in una comunicazione unica, efficace e coerente. Oggi come si fidelizza un partner? Dalla zona hospitality allo Stadio passando per social, eventi e coinvolgimento di atleti e tifosi: come si può raggiungere l’obiettivo? Nel mondo del calcio, il  cambio  di  strategia  in tema di PR è  innanzitutto  un  cambiamento di  mentalità: il  focus  si  sposta  sui  clienti (nel  senso  più  ampio  del  termine)  e  sul  loro  miglior  interesse.  “Cliente”  è  inteso  come  qualsiasi soggetto  al  quale  si  rivolge  l’azione  della  società.  Paradossalmente  anche  i  calciatori,  i  tecnici,  i dipendenti  e  lo  staff  del  club  sono  clienti.  Sono  i  primi  clienti.  Così  come  sono  clienti  gli  sponsor,  i tifosi,  tutti  i  soggetti  che  a  vario  titolo  sono  coinvolti  nel  mondo  della  società. E  “avere  a  cuore  il  cliente”  significa  che  tutto  ciò  che si va  a  fare  –  ogni  comunicazione,  ogni azione,  ogni  aspetto  della  vita  della  società  –  sarà  progettato  per  migliorare  la  sua  vita,  la  sua soddisfazione,  la  sua  felicità. Significa lavorare su un livello diverso, alzare l’asticella e prendersi degli impegni precisi.

Da esperto di Pubbliche Relazioni, se le dovessimo indicare un modello da seguire in termini di comunicazione di un club italiano e uno estero, quale indicherebbe e perché? Il Milan di Berlusconi e Galliani, sotto la guida del Direttore della Comunicazione Giuseppe Sapienza, ha rappresentato per me un modello da studiare e dal quale prendere spunto nel corso degli anni: una gestione consapevole, forte, che sapeva dove voleva arrivare e ci arrivava sempre con stile, eleganza, attraverso una grande capacità di coinvolgere e influenzare i propri interlocutori. All’estero trovo affascinante e maledettamente efficace il Real Madrid di Florentino Perez, in cui nulla accade per caso, tutto è curato con grande attenzione e la strategia di comunicazione è sempre orientata a valorizzare la potenza del brand madridista e tutelarne l’immagine.

Oggi cura l’immagine come PR Manager di Marco Amelia, come è nata questa collaborazione e quali sono gli obiettivi? Ne approfittiamo e le facciamo anche una seconda domanda: come si comunica il profilo di un atleta importante come quello dell’ex portiere Campione del Mondo? È necessario fare un passo indietro per comprendere questo punto. In questo lavoro è importante il rapporto umano: ci devono essere una mentalità simile, un’affinità di pensiero, la disponibilità di mettersi in discussione e la volontà di migliorarsi, senza porsi limiti. Su questi presupposti si può costruire un percorso che nel tempo possa portare dei risultati in termini di miglioramento e tutela dell’immagine, valorizzazione del “personal brand”, creazione di una percezione positiva e di alto livello del personaggio. Marco è un ragazzo intelligente, curioso, che ama confrontarsi e affidarsi agli specialisti per migliorarsi professionalmente e umanamente. A volte i rapporti più belli e soddisfacenti nascono in circostanze fortuite, ma si consolidano nel tempo grazie a un mix di mentalità, personalità, ambizione e obiettivi comuni. Dopo aver iniziato la carriera da allenatore, il nostro obiettivo a livello di personal brand è mantenerlo sempre tra i top opinion leader del calcio italiano. Dietro c’è un grande lavoro di squadra, un confronto quotidiano su tutto ciò che può portare crescita e miglioramento. Sul lato sportivo tutto il lavoro è ovviamente focalizzato su una carriera da allenatore top level: un professionista che ha lavorato con Capello, Lippi, Mourinho e Hiddink ha ben chiaro il suo obiettivo ed è ben consapevole che per raggiungerlo nulla può essere lasciato al caso.

Per concludere l’intervista le proponiamo un “gioco”: social e definizione. Le proponiamo le principali piattaforme sociali per scoprire dal suo punto di vista pregi, difetti e sopratutto potenzialità.

Facebook: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? È una piattaforma storica e consolidata, credo però debba costantemente rinnovarsi per stare al passo con le grandi novità del calcio in streaming.

Instagram: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Immediato, poiché basato su immagini e video. E in costante evoluzione. Molto utilizzato dai calciatori e seguito dai tifosi. Indispensabile in una strategia di PR.

Twitter: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Molto istituzionale e sintetico, purtroppo ingestibile per l’impossibilità di moderare utenti e commenti.

Youtube: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Nella mia visione, uno strumento di secondo piano: lo streaming, i video e le dirette social lo hanno un po’ superato come media istituzionale.

LinkedIn: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Utile per raggiungere un target professionale, per il recruiting e le relazioni con sponsor e partner commerciali.

SOCIAL RESPONSIBILITY: FOCUS SULLA CERTIFICAZIONE UNI ISO 20121:2013. NE PARLIAMO CON ANDREA VINCENZI DI TÜV NORD ITALIA

 

E’ un argomento che ci interessa da sempre, un tema che cerchiamo di approfondire, conoscere e diffondere. Parliamo di responsabilità sociale applicata allo sport, parliamo di certificazioni ed eventi sostenibili. Dettagli, obiettivi, missione, impatto della CSR nel settore sportivo, con uno specifico focus sulla certificazione UNI ISO 20121: 2013. L’intervista ad Andrea Vincenzi, membro della Divisione Sistemi di Gestione dell’organismo internazionale di certificazione TÜV NORD Italia e responsabile tecnico e Lead Auditor per lo standard ISO 20121. 

Partiamo dalla definizione: quali sono le peculiarità della certificazione UNI ISO 20121: 2013? Prima di tutto, la ISO 20121 è un linguaggio universale. Si tratta infatti dello standard di riferimento della International Organization for Standardization per il settore degli eventi, e a differenza dei moltissimi pur validi disciplinari privati che sono in circolazione, questa copre l’intero spettro dello sviluppo sostenibile, nelle sue 3 dimensioni inscindibili: economica, ambientale e sociale.  Il suo linguaggio è riconosciuto e condiviso universalmente in tutto il mondo. Pertanto chi soddisfa dei requisiti della ISO 20121 è in grado di mettere in relazione la propria attività a quella dei maggiori organizzatori ed eventi a livello internazionale, come le Olimpiadi da cui lo standard trae origine, misurando il proprio livello e cogliendo soluzioni e spunti di miglioramento continuo. Non si tratta di vedersi imposto un metodo, ma requisiti comuni da soddisfare tramite le proprie procedure interne; un framework all’interno del quale far rientrare le specifiche attività svolte. La ISO 20121 porta il concetto di sostenibilità in un settore, quello degli eventi, che spesso per la sua particolarità (grandi spostamenti di persone in tempi ristretti, necessità di essere “live” senza possibilità di sbagliare, ecc.) tende a soprassedere a maggiore garanzia del risultato finale, mentre ha invece un grossissimo impatto sulla location e la comunità ospitante.  La 20121 è adattabile per intero al settore degli eventi, di qualsiasi tipo e dimensione, e permette di certificare singoli eventi o gruppi di eventi, organizzatori, location per lo svolgimento e fornitori.

Si parte dall’analisi dell’evento. Rischi, impatto ambientale, stakeholder. Quali le specifiche prese in considerazione? Hai giustamente menzionato tre dei principali requisiti della ISO 20121 che, unitamente a una approfondita analisi del contesto interno ed esterno, sono input alla pianificazione dell’evento/ degli eventi, consentendo di delineare cosa fare o non fare, quali sono i risultati da conseguire e le occorrenze da evitare, nonché il modo e gli strumenti migliori per farlo. L’analisi dei rischi è un concetto fondamentale per l’organizzazione di eventi, dove spesso non c’è una seconda volta in cui applicare azioni preventive generate da esiti indesiderati emersi durante lo svolgimento. Si tratta di cercare di prevedere qualsiasi cosa potrebbe andare storto o mettere a repentaglio la buona riuscita dell’evento, classificare il rischio secondo la sua probabilità e potenziale gravità e prevedere azioni e “piani B” da attuare per ridurne la portata (prevedendo il fatto stesso che non tutto è prevedibile a tavolino e in anticipo e prepararsi a reagire). Di nuovo c’è il concetto di impatto che, nel caso della ISO 20121, non può essere limitato alla dimensione ambientale. Benché questa sia cruciale, lo sono in maniera equivalente la stabilità economica e la dimensione etica e sociale, e la loro maggiore o minore pertinenza deve essere valutata caso per caso, in base al contesto. Proprio qui sta la sostanziale differenza tra evento sostenibile e evento “green”: le altre due dimensioni dello sviluppo sostenibile devono essere oggetto della medesima attenzione e di opportune azioni volte a ridurre gli impatti e obiettivi di miglioramento. Pensiamo per esempio alla piena accessibilità agli eventi per i diversamente abili, alle condizioni di lavoro, alla discriminazione. Gli eventi sportivi in quanto spesso motori di integrazione e educazione ai valori e al rispetto presentano terreno fertile per progetti sociali e sensibilizzazione verso l’interno e l’esterno, altro importante requisito.

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Ci occupiamo di comunicazione, siamo attenti alla pianificazione di ogni contenuto, cercando di potenziare ogni nostro processo in una prospettiva di responsabilità sociale: quali i vantaggi di immagine per chi decide di attivare un percorso del genere nella propria azienda o evento? Il fatto di ottenere una certificazione di terza parte per il proprio sistema di gestione ISO 20121 significa superare un audit di verifica sul proprio operato da parte di TUV NORD, organismo indipendente di verifica il cui marchio è riconosciuto a livello internazionale.  Il Certificato rilasciato e il marchio di certificazione di TÜV NORD sono garanzia di conformità ai requisiti dello standard e permettono darne dimostrazione a tutti gli stakeholder, Oltre agli indiscutibili benefici operativi in termini di sostenibilità, questo rappresenta un importante strumento di brand reputation e credibilità, che può essere usato per dare nuovo lustro e visibilità alla propria immagine societaria, a riqualificare la propria proposta sul mercato dell’organizzazione eventi e a differenziarsi notevolmente in positivo rispetto ai competitor.  Nel contesto italiano, infatti, la ISO 20121 denota ancora una certa avanguardia.  La fiducia e l’apprezzamento che possono generare e la dimostrazione di impegno nei confronti di pratiche sostenibili data dall’acquisizione della certificazione possono avvicinare praticanti, tifosi, investitori e facilitare i rapporti con le istituzioni. Infine, questa certificazione come detto è uno strumento attivo di CSR (o RSI) e supporta le organizzazioni nel fare la propria parte per il raggiungimento dei 17 Sustainable Development Goals fissati nell’agenda 2030 di COP21-Parigi, secondo cui ognuno di noi e ogni singola organizzazione è tenuta a dare il proprio piccolo ma significativo contributo verso un futuro maggiormente sostenibile.

Responsabilità sociale come percorso di valorizzazione dell’azienda e dell’evento: quali possono essere i benefici? La RSI è un argomento sempre attuale. L’importanza di andare in questa direzione è ormai comprovata e questo approccio è adottato non solo dai grandi gruppi internazionali, che per definizione hanno necessità di bilanciare il loro notevole impatto nel contesto socio-economico globale (e talvolta non solo) e hanno tutto l’interesse a generare valore e ricchezza sul territorio, favorevoli condizioni di lavoro e contentezza nei propri dipendenti, ma anche a livelli intermedi. Uno standard di riferimento per la CSR è la SA 8000, per la gestione della Responsabilità Sociale, che ha nell’Italia il paese di maggiore diffusione e ha già penetrato e permeato vari settori, tra cui quello dei servizi, il food&beverage, il tessile, ed è ora richiesto in bandi di gara del contesto industriale e produttivo. TÜV NORD ha recentemente portato la SA 8000 nel settore sportivo, con la certificazione etica della società ALMA Trieste Basket. Con la ISO 20121, rappresentano veri e propri strumenti operativi per dare concretezza al ruolo che il mondo sportivo dovrebbe ricoprire, come ho già detto in precedenza, di driver verso un comportamento etico e responsabile in ottica Agenda 2030 e non solo.

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Concludiamo, chiedendoti una riflessione personale del rapporto tra responsabilità sociale e sport. Cosa ne pensi? La ISO 20121 nasce nel contesto sportivo, è stato il responsabile della sostenibilità del Comitato organizzativo delle Olimpiadi di Londra del 2012 a richiedere espressamente una riflessione in questo senso alle organizzazioni internazionali di standardizzazione. Per questo lo standard non può che rispondere perfettamente alle esigenze di una società impegnata in attività e competizioni sportive, a partire dalla necessità di rendere migliore la permanenza e l’avvicinamento ai luoghi di svolgimento delle gare al proprio pubblico, passando per la necessità di avvicinare tanti giovani all’attività sportiva e ai valori di integrazione, comunità e rispetto che la caratterizzano, fino alla necessità di lanciare un messaggio importante di sensibilizzazione agli appassionati. Gli sportivi, come i musicisti, in quanto idoli dei più giovani, sono ottimi “testimonial” in questo senso, o “influencer” per dirla con il linguaggio di oggi e possono riuscire a piantare e far attecchire a dovere il seme della sostenibilità nelle generazioni più giovani. Fare sentire ad ogni singolo partecipante all’evento sportivo che il proprio contributo è importante ai fini del raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità che la società si è data è un ottimo inizio. Inoltre, la reputazione positiva che la ISO 20121 conferisce, può facilitare l’avvicinamento di grossi investitori, sempre alla ricerca di progetti di CSR pieni di valore da sostenere e desiderosi di legare il proprio nome a realtà che hanno dimostrato tramite la certificazione di essere virtuose e impegnate nella sostenibilità e di essere in un certo senso direttamente proiettate nel futuro (per esempio, ai tempi delle Olimpiadi 2012 una famosa bibita sostenne direttamente lo sviluppo tecnico per l’implementazione dello standard ISO 20121 nei Giochi).

CREATIVE SOCIAL RESPONSIBILITY APPLICATA ALLO SPORT: CONOSCIAMO IL PROGETTO THE SMALL NOW!

Conosciamo il progetto The Small Now Onlus attraverso le parole di Enrico Tamiazzo, uno dei fondatori, insieme a Michele Bianchi. Secondo noi, una delle migliori iniziative di responsabilità sociale applicata attraverso lo sport.

Partiamo da una domanda semplice e forse banale: come nasce l’idea di The Small Now Onlus? The Small Now nasce dall’idea mia e del mio socio Michele Bianchi. Tornati dopo un periodo di esperienze lavorative, in settori diversi, dal continente africano, abbiamo intuito le potenzialità di unire le nostre competenze per un obiettivo comune. Io, art director, e lui, cooperante, abbiamo deciso di fare ciò che ci piace: progetti di sport and development, ottimizzando le risorse della comunicazione e della progettazione.

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Uno dei concetti centrali è la Creative Social Responsibility: cosa volete intendere e su quali valori poggiate questa Onlus? La Creative Social Responsibility è ideare progetti di responsabilità sociale per aziende, brand, club sportivi aggiungendoci una forte componente creativa, sia nella comunicazione sia nell’implementazione del progetto. La nostra no-profit crede che con le competenze e la forza delle idee, le aziende possano formare un mondo migliore attorno ad esse. Lo strumento che più ci piace e ci fa divertire per attuare ciò è lo sport.

Ci occupiamo di responsabilità sociale anche noi come Agenzia cercando di diffondere la materia e soprattutto i casi di studio, i modelli di eccellenza diffusi: che leva può essere lo sport per la responsabilità sociale? Lo sport muove le persone ovunque, sia in senso letterale sia in senso figurato. In tutte le regioni del mondo e in tutte le culture del mondo lo sport è presente ed è il più grande catalizzatore di masse e attenzioni mediatiche. Per la responsabilità sociale, lo sport può essere anche questo: un linguaggio comune e strumento per affrontare nuove sfide. Le aziende e i brand, attraverso le loro azioni di responsabilità sociale, possono trasformare lo sport da prodotto dello sviluppo a produttore di esso.

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Andiamo nel concreto: quali sono i progetti attivi e quali le forme di raccolta fondi? We Football, progetto che promuove i life skills e l’empowerment comunitario attraverso il calcio in aree svantaggiate del mondo. Passa le Scarpe raccogliamo scarpe da calcio usate per dare loro nuova vita: sensibilizzando le nuove generazioni e allo stesso tempo promuovendo il diritto al gioco.  Campagna Altri Mondiali per promuovere la parità di genere nel mondo del calcio e the Social Cup torneo di calcio a 5 per agenzie pubblicitarie con l’obiettivo di far partecipare attivamente creativi e giocatori ai nostri progetti.

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Per farci un assist, queste le nostre forme di raccolta fondi: https://www.thesmallnow.org/it/contatti/sostienici/

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Sport, comunicazione e responsabilità sociale: sono gli elementi che ci uniscono a voi. Quanto è importante comunicare attraverso le principali piattaforme sociali e quali riscontri avete avuto nella diffusione del vostro progetto? Al giorno d’oggi i social sono il “the place to be”, per noi è essenziale usarli con il fine di raggiungere più persone possibili e coinvolgerle nelle nostre cause. Per le piccole realtà come la nostra che non hanno il potenziale delle grandi ONG saper usare bene queste piattaforme ci permette di amplificare il nostro messaggio. Per esempio grazie ai canali social siamo riusciti a raccogliere molte adesioni per il progetto Passa le Scarpe, in decine ci hanno contattato per portarci le scarpe e partecipare ai nostri eventi, ancora con The Social Cup con l’iniziativa “regala un rigore” abbiamo coinvolto positivamente un numero importante di persone, anche famose.

Chiudiamo con ciò che conta: cosa vi ha dato e cosa vi da l’esperienza in Africa? L’Africa, come il Sud America, come Milano e tutti i luoghi dove lavoriamo ci ispirano e offrono spunti e curiosità; i nostri team di lavoro e le persone che incontriamo siano essi keniani o italiani, ci danno grande soddisfazione per ciò che cerchiamo di fare, ci fanno divertire e soprattutto ci danno lo stimolo per far diventare “all the time bigger The Small Now.

SOCIAL INSIDE: IL RAPPORTO BASKETBALL & SOCIAL NETWORK AFFRONTATO CON ALESSANDRA ORTENZI

Intervista ad Alessandra Ortenzi: Consulente marketing della Federazione Italiana Pallacanestro; Founder & Digital Sport Trainer della piattaforma Sportdigitale; Giornalista Sportiva per Basketinside. Di seguito spunti, riflessioni e casi di studio. 

Da consulente Marketing digitale della Federazione Italiana Pallacanestro: quali sono le strategie, gli obiettivi e i valori in un’ottica social della FIP? Il mio lavoro con la Federazione è iniziato da fine 2017. In questi pochi mesi, durante i quali sono stata a stretto contatto anche con le Nazionali nelle due finestre di novembre e febbraio, ho iniziato a collaborare sia con l’ufficio marketing che con l’ufficio stampa. Di fatto io sono una figura nuova che mette in comunicazione i due comparti, già ben strutturati ed operativi, rappresentando un boost per tutte le attività, un acceleratore in chiave digitale che può rafforzare la strategia di comunicazione importando strumenti di business tecnici nel processo dell’elaborazione dell’informazione e della produzione di opportunità di marketing tradizionale e digitale sportivo.

Hoepli e Sportdigitale

 

Sul nostro blog abbiamo parlato di fan engagement citando alcuni esempi del mondo calcistico come Pordenone Calcio e Virtus Entella. A livello di Federazione Pallacanestro, quali sono le iniziative per coinvolgere e fidelizzare i tifosi appassionati? Il tifoso è al centro dell’attenzione del marketing digitale sportivo. La Federazione, in quanto tale, rappresenta tutti i club di pallacanestro in Italia e il fine principale è cercare di creare una forte coesione tra le persone e il movimento. La FIP non è assimilabile solo alle Nazionali ma rappresenta tutto il basket italiano: dal movimento giovanile agli arbitri, dalle piccole società ai grandi eventi, dalle Coppe di categoria alle Finali Nazionali giovanili. Abbiamo tanti eventi da seguire sul territorio e, a livello digitale, la promozione, il coinvolgimento durante gli eventi e l’aggregazione dei tifosi è il primo obiettivo della strategia di comunicazione che studiamo, giorno dopo giorno, sia con l’ufficio stampa che con l’ufficio marketing.

Lei ha un curriculum ampio e di livello. Diversi i ruoli ricoperti. Tra questi si occupa della rubrica SocialInside per basketinside.com, dove analizza ed evidenzia le iniziative social dei club nazionali ed internazionali. Ci piace essere concreti, se dovesse indicare delle Società di cui ammira lo stile e la tipologia di comunicazione sui social network, quali ci indicherebbe? Può farci due nomi di club nazionali e due internazionali. Così a freddo potrei dire che sono rimasta colpita dai Golden State Warriors che hanno già prodotto un contenuto per la piattaforma Facebook Watch (da noi in arrivo ma in America già ampiamente utilizzata nello sport), senza dimenticare Outside the NBA​ che è un vero e proprio show con Shaquille O’Neal, Charles Barkley and Kenny “The Jet” Smith come veri e propri protagonisti di un contenuto distribuito in esclusiva sulla piattaforma. Sicuramente l’America è molto più avanti di noi per quanto riguarda la digitalizzazione della pallacanestro ma anche in Italia ci sono degli esempi di impegno digitale corretto e in crescita. Proprio per il Bilancio Sociale 2017 come Federazione abbiamo prodotto uno studio approfondito sull’assetto digitale delle Società e quello che ne è venuto fuori è molto incoraggiante. Lavoreremo per implementare la presenza online di tutto il movimento cestistico italiano.

In campo in Serie A2

 

Parlando su un piano internazionale. L’ NBA è forse un mondo irraggiungibile ad oggi, però quali sono gli aspetti che la Federazione e i club da un punto di vista di comunicazione possono seguire e riportare nella propria realtà? Ci sono campagne o iniziative che l’hanno particolarmente colpita? Ho parlato diverse volte della NBA Pulse proprio in uno dei miei articoli di approfondimento su #SocialInside. Sfruttare i 280 caratteri di Twitter (visto il recente cambiamento) per fornire un indicatore preciso dell’audience e dell’indice di gradimento basato sulle conversazioni online di tutti gli atleti NBA sarebbe un esperimento interessante da replicare anche in Italia e servirebbe, soprattutto, a infondere i concetti base dell’educazione civica digitale anche agli atleti.

nba pulse

nba pulse 2

 

Per concludere, altro ruolo, altro progetto, parliamo sempre di sport & social. Ci presenti il progetto Sport Digitale di cui è Founder & Sport Digital Trainer: come nasce, gli obiettivi, le attività e soprattutto quali sono i prossimi eventi in programma? Sportdigitale.com è nato a margine del mio libro “Digital Marketing per lo Sport” di Hoepli. Io e i colleghi che hanno collaborato al libro, abbiamo voluto creare un progetto incentrato sulla diffusione di percorsi di formazione per il corretto uso del web e dei social al servizio di società sportive, atleti, agenzie di stampa e procuratori sportivi e di tutti coloro che intendano dedicarsi allo studio ed alla professione del giornalismo della fotografia e della comunicazione sportiva. Siamo un gruppo ben strutturato: dagli esperti delle diverse piattaforme al fotografo sportivo, dal legale verticalizzato in media law al professionista dei tool business sportivi. Poi ci sono io, un paio di giornalisti sportivi ed un social team che copre gli eventi su Twitter. Gli eventi prossimi? Il Wellness Marketing Power di Roma a fine marzo, il Festival del Giornalismo di Perugia ad Aprile ed una data in UK a maggio a Shoreditch per la comunità italiana a Londra. Siamo come una squadra, con le nostre maglie, la concentrazione prima della gara ed il terzo tempo alla fine

SPORT INFLUENCER: IL PUNTO DI VISTA DI LUCREZIA PAOLINI. IANNONE, VIGNALI E CASTROGIOVANNI COME ESEMPI DI COERENZA E CREDIBILITA’

Partiamo diretti: si parla ogni giorno di Influencer in relazione ai social. Crediamo che la cosa stia un pò sfuggendo di mano. Vogliamo affrontare con te questo tema partendo dal concetto e dalla tua prospettiva/definizione: chi si può definire influencer? Quali le caratteristiche per esserlo realmente? Prima di tutto vorrei fare una piccola premessa: il mio lavoro di social media manager è ancora una figura controversa per molti. Con il mondo del web e l’utilizzo giornaliero del computer e del mobile, sono venute a galla nuove figure sicuramente curiose.  Il fatto che ancora non siano definite in maniera chiara ed univoca, dà spazio a molti di vendersi per qualcosa che non si è. Questo è riferito particolarmente al ruolo di influencer!

Un personaggio influente è ‘colui che è in grado di motivare l’interlocutore per coinvolgerlo in prima persona’. Non associo il concetto di influenza al numero dei follower collezionati, bensì all’impatto che si può svolgere all’interno di una nicchia o su una determinata fetta di “mercato”. Faccio un esempio: influencer da 200000 follower, modella X molto secca, campo fashion, senza un muscolo…Potrebbe mai fare la pubblicità per integratori sportivi?Si, ma non sarebbe credibile!

L’errore che spesso anche le aziende fanno, è di affidare il compito di pubblicizzare prodotti a persone che non hanno esperienza di settore, ma hanno semplicemente un seguito. L’influencer, crea moda e fa tendenza, ha competenze specifiche, crea audience, ha una community di nicchia e grandi doti di comunicatore. Non è un aspetto da sottovalutare dato che il concetto base da cui nasce questo nuovo mestiere è il passaparola.

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“C’è il boom della comunicazione:

tutti a comunicare che stanno comunicando” (Altan)

L’amico che consiglia una crema per le mani, dopo che ne ha provate diverse e dà il suo giudizio sincero, è sicuramente un influencer. Dunque a mio parere lo siamo tutti se abbiamo la capacità di spiegare e convincere l’altro ad acquistare un particolare prodotto. Reputo sicuramente meno influenti la maggior parte di coloro che si pavoneggiano su Instagram, esaltando numeri falsati e coinvolgimenti assenti del pubblico. Il grado di coinvolgimento è l’unica verità per testare la lealtà di un influencer.

Autorevolezza, credibilità, fiducia. Gli influencer (quelli reali) sembrano aver sostituito quelle figure professionali come promoter, agenti o brand ambassador nella promozione di prodotti, eventi, aziende, servizi. Cambia la tipologia di comunicazione e cambiano gli interpreti.  Quali credi sia la loro forza rispetto magari alla pubblicità tradizionale? Sicuramente la pubblicità tradizionale è passata e riporto una frase di Scott Cook che forse spiega molto bene il concetto di base: “un marchio non è più quello che l’azienda racconta ai consumatori, ma quello che dicono i consumatori sul marchio”. Una volta i consumatori subivano passivamente i prodotti e avevano poche possibilità di confronto. La reale forza di questa tipologia di comunicazione è, o quanto meno dovrebbe essere, la sincerità. Il fatto che le persone possano dare un giudizio equilibrato su qualsiasi tipologia di prodotto, è un incentivo all’acquisto. Non è più una comunicazione fredda e distaccata, ma una comunicazione più vicina alle persone. Quelli che un tempo erano vip ora sono per discendenza, anche influencer, cosa che reputo molto sbagliata. Con molta probabilità un attore può spiegare e coinvolgere motivando l’acquisto di un prodotto, ma spesso personaggi famosi non ne sono in grado, perché hanno semplicemente altre competenze.

“Sii quello che sembri” (Lewis Carroll)

Sappiamo che non ti occupi di sport ma essendo una social media manager non puoi “sottovalutare” il settore. Ti chiediamo di indicare e analizzare tre profili di sport influencer: perchè hai scelto loro? Quali pensi siano le loro capacità? Quale il loro grado di coerenza tra vita online e offline? 

Parto da Andrea Iannone (1 milione di Follower su Instagram)

Andrea Iannone

(Fonte Ph. Fanpage ufficiale Facebook)

Ho scelto lui perché è sulla cresta dell’onda. Iannone: colui che prima i fan conoscevano nell’ambito motorsport e ora lo conoscono praticamente tutti, anche grazie alla sua relazione che ha ampliato a dir poco il bacino d’utenza. Più che capacità immagino abbia qualcuno che gli curi la comunicazione perché al di là dei video e stories personali è un profilo sportivo doc. Instagram di nicchia sportiva, estremamente curato nella coerenza dei colori, foto di alta qualità inerenti soprattutto allo sport e canale con un altissimo engagement. Utilizzo modico delle stories e dei contenuti in evidenza a tema con il lavoro, lo sport e di carattere motivazionale. Poca interazione con il pubblico, importante per creare empatia ma comunque dato il seguito, non riuscirebbe a star dietro a tutto. Per quanto riguarda la coerenza tra vita online e offline sembrerebbe una persona piuttosto riservata, io se fossi un uomo e stessi con Belen, la spammerei ovunque! Ottimo profilo di sport influencer a mio avviso.

Sport Influencer 2: Valentina Vignali (13 milioni di Follower su Instagram)

Valentina Vignali

(Fonte Ph. Fanpage ufficiale Facebook)

Il primo aggettivo che mi viene in mente sulla Vignali è: atipica. Il suo profilo Instagram un pò confonde dato che essendo anche bella, ovviamente è anche testimonial di vari sponsor. I suoi contenuti in evidenza e la sua foto profilo però riportano subito allo sport. Il valore aggiunto è di sicuro la spontaneità, si nota, si vede e non può fare a meno di mostrarla. Appare evidente che sia una persona trascinatrice e vera. La trovo simpatica e diretta, non come molte influencer che pensano solo a far le pose. Atteggiamento coerente, online ed offline dato che sia in tv che sul campo rimane se stessa: qualità per nulla scontata.

Sport Influencer 3: Martin Castrogiovanni (168.000 Follower su Instagram)

Martin Castrogiovanni

(Fonte Ph. Fanpage ufficiale Facebook)

L’ho ‘conosciuto’ fuori dal campo, partecipando ad una sua intervista al Social Media Week Roma 2017. Campione di rugby conosciutissimo per la sua simpatia e per il suo essere celiaco ed appassionato di animali. La prima cosa che ho pensato ascoltandolo e osservandolo è stata che è veramente un personaggio, ma non di quelli che ti crei…ma di quelli che ci nascono. Mi ha fatto sorridere più volte e l’ho trovato spontaneo e coerente con il personaggio online. Immagini non troppo curate su Instagram, ma sempre inerenti a sport e vita privata. Non cerca per forza i riflettori, sembra essere comunque a suo agio senza modificare l’atteggiamento anche in ambienti formali.

GIORGIO BETRO’: RIFLESSIONE A VOCE ALTA CON IL DIRETTORE MARKETING DELL’ A.C. MESTRE

Siamo partiti da un suo post su LinkedIn: una riflessione, una provocazione, un motivo di discussione costruttiva sul ruolo del responsabile marketing in ambito sportivo. Da lì l’idea di intervistarlo certi di ascoltare l’esperienza e le parole di un uomo di settore, attendo alle dinamiche ed evoluzioni attuali del marketing sportivo. Abbiamo fatto una bella chiacchierata con Giorgio Betrò, attuale Responsabile Marketing e Club Manager dell’AC Mestre. Alle spalle esperienze nei settori di mobile e fashion, esperto di marketing si è occupato anche di organizzazione di eventi. Dopo 10 anni come Direttore Marketing del Calcio Venezia, da quattro anni ha sposato con entusiasmo la causa del Mestre. 
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Abbiamo notato, apprezzato, intercettato e analizzato un suo post su LinkedIn dove rifletteva “ad alta voce” sul ruolo ma sopratutto più in generale sulla situazione del marketing sportivo in Italia. Da cosa nasce questo suo post? Sottolineiamo che fin da subito non abbiamo notato la prospettiva polemica ma in realtà un punto di vista critico dal quale partire per una analisi della situazione.  Vi ringrazio, la mia riflessione non voleva essere in alcun modo polemica ma, soprattutto, voleva essere una constatazione a voce alta del ruolo del marketing sportivo e calcistico in Italia, ruolo spesso sminuito nelle società che si avvalgono di amici, di amici degli amici o parenti per il ruolo stesso a discapito della qualità del lavoro svolto dagli esperti nel settore. Ovviamente uno specialista di marketing con decine di anni di esperienza ha dei costi che spesso sono mal sopportati dalle proprietà che ancora oggi storcono il naso davanti a normali richieste non solo economiche di un direttore marketing per cui si intraprende la via del “conoscente” oppure del “porta 3/4 sponsor” automaticamente diventa direttore marketing creando anche una confusione di ruoli. Il DIRETTORE MARKETING non è un procacciatore di sponsor in senso lato ne  un agente di vendita ma, tramite il suo lavoro, se svolto correttamente, mette nelle condizioni la società sportiva/calcistica di essere appetibile nel mercato delle sponsorizzazioni garantendo all’investor precisi e garantiti feedback del proprio investimento pubblicitario. Vero è che  il Direttore Marketing a sua volta si attiva nel mercato delle sponsorizzazioni contattando le aziende e partner ma la sponsorizzazione è solo il coronamento di un lavoro, non l’UNICO SCOPO del marketing manager.
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Non è più il tempo di sponsorizzazioni economiche (definiamole) dirette. Oggi il marketing sportivo in particolare è tutt’altra cosa: operazioni di co-marketing, partnership tecniche o commerciali (scambio visibilità – fornitura materiale ad esempio), networking etc. Nella situazione attuale, guardando ai cambiamenti degli ultimi anni, secondo lei cosa ricerca uno sponsor che investe nello sport? Verissimo anche questo, diciamo che le grosse sponsorizzazioni economiche ci sono ancora fortunatamente, come è aumentato il cosiddetto “cambio merce”, ma, a meno che la società non si chiami Juve, Inter, Milan, Lazio, Fiorentina, Napoli, per cui le realtà top del calcio italiano, le piccole devono fare di necessità virtù quindi attivare leve di marketing diverse per soddisfare le esigenze dell’azienda partner. E’ finita l’epoca della mera esposizione del brand durante il match day o le classiche iniziative di visibilità come  backdrop, logo su sito internet o la sponsorizzazione di maglia ecc ecc.. Oggi le iniziative classiche vanno mixate con iniziative b2b e b2c a seconda del settore di attività del partner.  Sicuramente un vantaggio delle piccole società è quello di poter coccolare e seguire direttamente il partner offrendogli possibilità di business con altri sponsor della società, facendoli interagire tra loro o facendoli interagire direttamente con la fan base o con le famiglie che compongono il settore giovanile. Si parla di migliaia di persone che hanno un rapporto di fedeltà e fiducia con la società calcistica e che quindi di riflesso possono riporre la stessa fiducia nello sponsor anche  creando eventi ed incontri ad hoc ad esempio. In generale le aziende chiedono oltre alla visibilità : contatti, occasioni di business e feedback quasi immediati quindi a seconda del settore in cui operano, studiare iniziative mirate alla loro soddisfazione.
Dallo sponsor a chi deve valorizzarne il rapporto e l’investimento economico rispetto al club: in cosa deve essere bravo il Responsabile Marketing? Quali le qualità che deve possedere per svolgere il proprio lavoro? Studiare a fondo le aziende potenzialmente partner per capirne le esigenze, conoscere il mercato di riferimento, conoscere il mercato in generale, essere attento e curioso, monitorare gli investimenti che le aziende andranno a sviluppare nel territorio di riferimento, capire quali aziende possono essere interessate ad investire, essere fantasiosi e open mind, trovare sempre la leva giusta per far si che una azienda venga portata ad investire nella tua società e se non c’è ancora, crearla. Saper ascoltare, imparare sempre e mantenere sempre la modestia e l’amore per questo lavoro. Avere spirito di sacrificio, non abbattersi, essere rigorosi con se stessi e capire che non ci sono orari o ferie comandate.
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Dopo una premessa generale, andiamo sul campo: siamo molto interessati a capire quali siano le strategie del suo club attuale, l’AC Mestre. Territorio, fan engangement, social: quali le vostre strategie? Per capire meglio la situazione A.C. MESTRE dovremmo dilungarci un bel po’ facendo un salto a ritroso fino al 1987 anno della fusione tra il Venezia ed il Mestre che ha dato vita al Venezia 1907 di Zamparini e all’attuale Venezia F.C.. Non vorrei tediare troppo chi ci legge, diciamo che in 4 anni abbiamo ricostruito da zero una fan base partendo dal recupero della memoria storica e da chi non ha mai accettato la cosiddetta fusione, l’obiettivo è consolidarci come società e come realtà tra i pro e chissà. Un obiettivo che si è posto il nostro presidente è quello di uno stadio di proprietà visto che giochiamo a Portogruaro a 70 km da casa visto che non è stata concessa la deroga per la Lega Pro al nostro stadio il F. Baracca. Vista la distanza ci siamo subito attivati con ATVO (AZIENDA TRASPORTI VENETO ORIENTALE) e tramite una partnership portiamo GRATUITAMENTE durante le partite “casalinghe” circa 200 tifosi in autobus da Mestre. Nonostante la distanza, la media spettatori (in attesa dei derby in casa con Padova e Vicenza) è di circa 1.400 a partita. Abbiamo dovuto fare un lavoro doppio cercando di far breccia anche sui cittadini di Portogruaro con operazioni simpatia oltre che sui mestrini che, vivono questa avventura come una sfida. Molto clamore ha suscitato la nostra campagna abbonamenti con lo slogan “IL PREZZO LO FAI TU”: abbiamo deciso, primo caso in Italia (forse in Europa) di far decidere al singolo tifoso il prezzo del proprio abbonamento al momento della sottoscrizione partendo da una base minima (siae +spese di segreteria) di 20 EURO, lasciando facoltà a seconda della fiducia nella società e a seconda delle proprie tasche di dare un valore alla stagione dell’ A.C. MESTRE. Il risultato è andato ben oltre le nostre aspettative con un contributo volontario medio ben  al di sopra del prezzo che avremmo fissato per gli abbonamenti, teniamo conto che molti tifosi si sono abbonati nonostante non potessero venire tutte le domeniche (o sabati) a vedere le partite qualcuno solo per contribuire alla causa. Una grande dimostrazione di affetto e fiducia. Il Mestrino e l’A.C. Mestre sono una cosa sola, il mestrino si immedesima completamente nella propria squadra di calcio che lo rappresenta in toto, anche per questo abbiamo voluto dare un segnale aprendo Cas@ Mestre in centro città, non solo una sede ma un punto di ritrovo ed un simbolo di mestrinità dove oltre agli uffici prendono posto il Mestre store, merchandising ufficiale con oltre 200 articoli che vanno letteralmente a ruba e periodicamente a seconda delle festività viene implementato come nel caso del periodo natalizio con il panettone ed il prosecco brandizzato (sold out in pochi giorni) o i biscotti “I mestrini” esauriti in pochissimo tempo. Oltre allo store c’è un negozio di abbigliamento fashion di proprietà e al primo e secondo piano uffici e sale riunioni alcune delle quali offriamo gratuitamente ad associazioni sportive e non di Mestre per incontri oltre alla segreteria del consorzio Mes3 Sport da noi creato.
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Spesso ci soffermiamo sul concetto di territorio. Guardando al vostro caso specifico: quanto è importante legarsi e valorizzare la propria comunità locale? Come riuscite a farlo? Come dicevo prima nel nostro caso è fondamentale, noi facciamo leva sul sentimento di appartenenza e di rivalsa che ha il mestrino,  un concetto che va al di la dello sport, Per questo motivo è più la comunità locale che viene verso di noi e ci segue in tutto ciò che facciamo e ci vede un po’ come un faro.
Chiudiamo con un suo parere rispetto a casi di studio da seguire: andando oltre l’AC Mestre, da Nord a Sud, quali sono i club di Serie C  che secondo lei riescono ad attuare una ottima strategia marketing coinvolgendo al meglio i partner commerciali? Io credo che moltissime società e responsabili marketing  di Lega pro e serie B facciano un grande lavoro tra mille difficoltà per tenere a galla il movimento calcistico territoriale con grande passione e senza molti aiuti credo che se un direttore marketing sia capace di fare un ottimo lavoro in lega pro o (e ce ne sono di bravi) in serie D, può tranquillamente svolgere la sua mansione in un club titolato. La guerra (metaforica) è nella nostra serie se una persona riesce a dare frutti in questa categoria è un ottimo direttore marketing che nulla ha da invidiare alle categorie superiori.