Arsenal in The Community. IUn progetto CSR vincente

Il viaggio alla scoperta della responsabilità sociale nel mondo del calcio parte da Londra, la città del football, che mi ha adottato oramai da quattro anni. La mia lente di ingrandimento si è soffermata sull’Arsenal Football Club, e in particolare sul dipartimento della società nel quale lavoro, quello Community, che si occupa appunto di promuovere iniziative per la comunità. Storia, struttura, ed esempi concreti (alcuni dei quali vissuti in prima persona) di un progetto CSR vincente.

ARSENAL IN THE COMMUNITY, LE RADICI DEL SUCCESSO

“La Community è sempre stata il cuore dell’Arsenal FC. È quello che permette ad un Club di sopravvivere nel tempo. Sono le nostre basi, le radici che abbiamo bisogno di estendere, assicurandoci che crescano e si distribuiscano nella comunità. È una parte fondamentale di quello che facciamo, e quello ci rappresenta come Club”.

| Arsène Wenger |

E chi, se non l’uomo che ne ha mantenuto le redini per oltre vent’anni, può dare l’idea di cos’è la Communityper la squadra del North London? Questo il pensiero del tecnico alsaziano, che ha sottolineato quanto importante sia il legame Club-territorio. Un supporto reciproco, viscerale e indispensabile. La società vive grazie alla comunità, che a sua volta ne trae benefici. Questo grazie ad una serie interminabile di interventi e iniziative di responsabilità sociale, che da oltre trent’anni rendono Islington e dintorni un’oasi del calcio.

UN RAPPORTO CONSOLIDATO NEL TEMPO

Il progetto Community nasce infatti nel lontano 1985, sulla scia dell’Action Sports Scheme. Il programma, promosso dal governo, eradestinato a contrastare il disagio sociale e il non-attivismo fisico diffusonelle aree urbane, tra cui Londra. Questo, attraverso progetti che coinvolgessero in attività sportive quella parte della popolazione definita ‘a rischio’ (donne, persone oltre i 50 anni, minoranze etniche, disoccupati). Parte di queste proposte prevedeva sensibilizzare i Club sportivi del territorio, credendo che avrebbero potuto dare un ottimo contributo visto l’appeal associato al nome. L’Arsenal, che già autonomamente promuoveva sporadiche iniziative sociali, prese parte al progetto. La collaborazione si rivelò efficace, tant’è che poco dopoviene stabilitoun dipartimento Community interno al Club, con tale Alan Sefton a guidarne le redini. Ebbene, Alan e l’Arsenal FC non si separeranno per i successivi trent’anni, con il progetto che si è ingrandito anno dopo anno, diventando oggi un vero e proprio punto di riferimento per il territorio. Oggi l’attività ha sede all’Arsenal Hub, struttura inaugurata nel 2015 proprio accanto allo stadio, ulteriore segnale di indissolubile unione tra il Club e la comunità. L’Hub consiste in uffici, sale conferenza ed un campo coperto in erba artificiale. Quest’ultimo, scenario davvero speciale, sfruttato per moltissime delle sessioni settimanali per la comunità.

PROGETTI E AREE CHIAVE DI INTERVENTO

L’organizzazione del dipartimento Community dell’Arsenal si compone di varie aree operative, abbracciando più ambiti.

  • SPORT

Sicuramente il settore di punta di tutto il dipartimento. I progetti sono tanti e variegati, riguardando la promozionedella partecipazione al gioco del calcio in ogni suo aspetto, ad ogni livello e per ogni età.

C’è, ad esempio, il progetto Football Plusper i ragazzi dai 6 ai 14 anni. L’idea è quella di offrire attività settimanali sotto la supervisione dei coach dei Gunners. In questo, sono organizzati anche tornei, eventi, festival e camp, il cui tema è quello, come detto, di creare partecipazione (vengono coinvolte molte squadre dilettantistiche del territorio), ma anche quello di sensibilizzare su tematiche importanti come il fair play e il rispetto.

Sempre in questo settore rientrano tutte le attivitàdi sport edisabilità.Un team specializzato si occupa di creare esperienze sportive inclusive, destinate a questa vastissima platea.

Infine, giusto citare l’attività nelle scuoleprimarie e secondarie. Educazione fisica e sessioni dopo scuola in numerosi istituti,alcuni dei quali parte di un progetto molto più ampio in collaborazione con la Premier League.

  • EDUCAZIONE E FORMAZIONE

Un altro settore davvero pulsante del dipartimento Community dei Gunners è quello relativo all’educazione. Ci sono progetti dedicati a tutte le età.

Quelli per le scuole elementari e medie, con corsi relativi alle materie e agli argomenti più disparati. Il progetto Double Club, per esempio, sfrutta l’appeal per il calcio ed i suoi campioni per promuovere l’insegnamento delle lingue straniere (francese, spagnolo, ecc.)

Poi, vengono offerti una serie di corsi tecnici e specifici per i ragazzi dai 16 anni in su. Tutti trattano di community coaching e sport, introducendo ad una carriera nel settoremagari nello stesso Club, in una visione decisamente sostenibile.

Per finire, i programmi che riguardano gli adulti. Corsi di inglese, computer o formazione in generale, un modo per aumentare l’appetibilità verso il mondo del lavoro, dando un calcio alla disoccupazione.

  • INCLUSIONE SOCIALE

La gamma di interventi che in maniera più diretta e ambiziosa cerca di migliorare la qualità della vita delle persone più svantaggiate della comunità.

Le sfide da affrontare possono rispondere al nome di criminalità giovanile, emarginazione, comportamenti antisociali. Il calcio diventa per molti un’opportunità, quella di vivere al di fuori da certe realtà, con uno sguardo ad un futuro migliore.

È questo l’intento del Kicks Project. Quest’attività, in collaborazione con uffici governativi e polizia, cerca di tenere i ragazzi di certe zone lontani da pericoli e situazioni difficili, vedendo nel calcio questa opportunità di coesione e benessere sociale.

Chiaramente, questo è solo un esempio. Le iniziative sono molte, diverse per approccio, obiettivo e tipologia (dalle campagne di sensibilizzazione ai programmi a lungo termine).

  • PARI OPPORTUNITA’

Diffondereil messaggiodell’assenza di barriere tra etnie, generi, religioni, ecc. Tutti, a prescindere da questo, devono poter vivere il Club: Arsenal for Everyone.

Più di uno slogan. Campagne e sensibilizzazione contro temi quali razzismo o omofobia. Sessioni e attività contro il bullismo. Meeting e conferenze coinvolgendo organizzazione specializzate, che trasmettano i giusti valori alle nuove generazioni.

Bello a riguardo l’esempio dei Gay Gooners, gruppo di tifosi Gunners LGBT, con un proprio settore riservato allo stadio Emirates. D’altronde, l’esperienza calcio è sinonimo di unione, a prescindere da tutto.

  • RIQUALIFICAZIONE TERRITORIALE

L’attenzione all’ambiente è una priorità anche per il Club del Nord di Londra, nella forma più diretta di valorizzazionedel territorio.

Il Club è molto attivo in svariati interventi, che riguardano in particolare il rinnovamento infrastrutturale e urbanistico dell’area geografica di appartenenza.

L’esempio della costruzione dello stadio Emirates, a discapito del vecchio e glorioso Highbury, ne è un esempio calzante. Il vecchio impianto è stato trasformato in un complesso residenziale, con le effigie del Club che si possono ammirare tutt’oggi sulla facciata principale dell’edificio. Inoltre, il nuovo impianto ha preso il posto di una discarica, che la società hacontribuito ad ammodernare e ricostruirein un nuovo sito.

C’è poi la continua riqualificazione dei campi da calcio di Islington e dintorni. Terreni resi accessibili e praticabili, sia nelle scuole della zone che nei parchi. Strutture che poi vengono sfruttate per le iniziative sport della community: sessioni, tornei e attività (in cui l’Arsenal ovviamente ha la priorità di utilizzo).

  • BENEFICIENZA

Infine, la collaborazione del Club con numerose associazioni (esempio Save the Children) ne ha da sempre certificato l’impegno sociale e caritatevole.

In questo, è l’Arsenal Foundation l’organo deputato ad occuparsi di tutte queste campagne di raccolta fondi, ecc.

Esempio recente, la partita delle Leggende. Un match di beneficienza in cui le vecchie glorie Gunners sfidavano quelle del Real Madrid. Un doppio impegno tra Londra e Madrid dettato da un unico scopo: raccogliere fondi da destinare a progetti locali e all’estero per migliorare il benessere e la vita dei meno fortunati.

 

Stefano D’Errico

Community Football Coach at Arsenal 

Sport Social Responsability. Un nuovo progetto editoriale lanciato dalla PSM Sport in collaborazione con Stefano D’Errico, Community Football Coach dell’Arsenal

Avevamo in testa un progetto del genere da tempo. Poi uno scambio di messaggi su LinkedIn, la condivisione di idee e sopratutto di un ambizione comune: diffondere il concetto e la pratica della responsabilità sociale applicata allo sport. Da qui un colpo di fulmine, una videochiamata e si parte per un nuovo progetto. Vogliamo insieme a Stefano (Community Football Coach dell’Arsenal) raccontare tutti quei casi di studio di Società, Federazioni e Organizzazioni che fanno della CSR un valore aggiunto. E’ solo l’inizio, una partnership che si esprimerà attraverso articoli e approfondimenti scritti proprio da Stefano, del quale vi raccontiamo la storia e la sua esperienza londinese con una intervista. 

Partiamo dall’attualità. Oggi di cosa ti occupi nello specifico? Quale il tuo ruolo e le tue aree di competenza? Attualmente, lavoro per l’Arsenal FC come ‘community coach’. Una posizione professionale di difficile collocazione nel sistema sport italiano, ma che spero assumerà più significato leggendo questa intervista. Diciamo che mi occupo di promozione calcistica a 360°, portando e utilizzando il calcio in tanti ambiti: dall’educazione fisica e l’attività nelle scuole, alla formazione calcistica vera e propria, fino alla creazione di esperienze che sfruttino il gioco come veicolo per trasmettere messaggi positivi e rilevanti per lo sport, tra i quali il rispetto e il fair play.

Responsabilità sociale e calcio. Responsabilità sociale e sport. Quale l’impatto di un percorso del genere per una Società Sportiva? È proprio il termine che hai usato, “impatto”, quello attorno al quale ruota tutto. Impatto come effetto del proprio agire, perché i vantaggi che scaturiscono da una presenza costante sul territorio attraverso attività, progetti e iniziative sono davvero enormi (e ampiamente testimoniati). Ma anche impatto come influenza, perché un Club si trova in una posizione privilegiata nei confronti delle persone rispetto ad altre aziende, per la passione e il seguito che caratterizza lo sport. Un vantaggio che non può essere sprecato! Ovviamente, servono idee, investimenti, conoscenze, capacità di pianificazione a lungo termine…

Entriamo nel dettaglio, parlaci del progetto Arsenal. Obiettivi, specifiche e risultati! L’Arsenal ha un dipartimento interno al Club che si occupa della cosiddetta community, ovvero le iniziative sul territorio. È un ramo della società abbastanza consolidato (sono oramai più di 30 anni che esiste), che si occupa di promuovere il calcio, e ne sfrutta l’appealper realizzare progetti di varia natura: sport, educazione, inclusione sociale, ecc. Ogni area tematica sviluppa programmi specifici, sia in autonomia che in collaborazione con altri enti. Per esempio, il progetto Primary Stars, in partnership con la Premier League, si occupa di promuovere lo sport, l’educazione fisica e tutte le iniziative possibili annesse all’interno delle scuole primarie della zona, con centinaia di bambini coinvolti tutte le settimane.

Nel mezzo, raccontaci la tua esperienza e il tuo percorso accademico. Come sei arrivato a Londra? Sono arrivato a Londra nel 2015, del tutto inconsapevole della realtà in cui mi sarei trovato. Dopo la laurea in Scienze Motorie all’Università di Milano cercavo un’esperienza particolare, che allo stesso tempo desse quel qualcosa in più al mio titolo accademico. Sono venuto a conoscenza di questo corso universitario promosso dall’Arsenal attraverso un ragazzo della mia zona, mio predecessore in questo. Ho fatto domanda, senza pretese o grandi aspettative (avevo già iniziato sempre a Milano la laurea magistrale). Con buona sorpresa sono stato ammesso. Il corso nella City è durato due anni, e mi ha aperto gli occhi su un mondo, quello dello sport e del football in the community, che è davvero poco sviluppato e considerato dalle nostre parti, ma che porta con sé temi attualissimi come l’inclusione, la sostenibilità, lo sport come strumento sociale, così come il CSR. Ho potuto conoscere a fondo questa idea diversa di promozione sportiva, e capire quali sono le metodologie più adatte percreare e sviluppare esperienzecon impatto positivo. Inoltre, parte del corso prevedeva la collaborazione con i Gunners, come volontario in alcune delle loro attività, cosa che mi ha poi portato al ruolo che ricopro oggi.

Spesso si parla di responsabilità sociale solo come una operazione di solidarietà o di immagine. Vogliamo dare concretezza a questo settore. Almeno in ambito sportivo, qual è il peso e il riscontro che può avere lo sviluppo dell’area CSR? Partirei dal presupposto che si tratta, innanzitutto, di un’operazione di responsabilità. Le società sportive sono oramai aziende a tutti gli effetti, con ricavi milionari, e con un appeal incredibile sulle persone. Dare qualcosa in cambio al territorio è quindi doveroso, ma come sostenuto anche vantaggioso. Solidarietà ed immagine sono solo alcuni degli eventuali pro. Intervenire sulla comunità con progetti sportivi, per esempio, aumenta la possibilità scovare giovani talenti, oltre a contribuire alla qualità del calcio in generale e alla partecipazione al gioco. Oppure, entrare a far parte della vita dei più giovani li spinge in qualche modo ad affezionarsi al Club. Un’operazione commerciale a tutti gli effetti, assicurandosi in questo modo i tifosi del futuro, coloroche compreranno le magliette, gli abbonamenti allo stadio o quelli televisivi. Solo alcuni dei benefici concreti che lo sviluppo dell’area CSR può generare, giusto per mettere l’acquolina in bocca (il resto verrà discusso infatti nei prossimi contributi).

Parlando di modelli di riferimento e casi di studio. Escluso l’Arsenal, guardando sempre nel settore sportivo, quali sono le Società sportive o le organizzazioni che hanno progetti importanti e rilevanti in ambito responsabilità sociale? Praticamente tutte le società di calcio inglesi promuovono iniziative di responsabilità sociale, dalle più blasonate a quelle delle serie minori, ovviamente su scala diversa e proporzionale alle possibilità di ognuno. La stessa Premier League è davvero attiva sul sociale, con iniziative che riguardano più ambiti. Ne è un esempio il progetto PrimaryStars nelle scuole elementari citato in precedenza, ma anche la campagna PlasticFreein collaborazione con Sky, per sensibilizzare al rispetto dell’ambiente, tema di assoluta attualità. Per uscire dai confini britannici, sono molte le società in giro per l’Europa che si stanno impegnando in quest’ambito con progetti di vario genere. Per finire, parliamo dell’Italia. Credo siamo abbastanza indietro rispetto agli altri, soprattutto per quel che riguarda il considerare la responsabilità sociale come ambito necessario per una crescita commerciale e sportiva. Qualcosa si sta muovendo, ma ancora troppo poco. I bilanci sociali dei Club di Serie A (almeno quelli che lo pubblicano) sono pieni di belle immagini di giocatori negli ospedali o di raccolte fondi. Senza voler assolutamente denigrare il valore di queste iniziative, servirebbe qualcosa in più, di più strutturato e pianificato, sfruttando sul serio il potere che questo gioco può avere sulla gente. Credo che in questo momento storico ci sia davvero bisogno di un intervento culturale importante. Il calcio ha la responsabilità e il potenziale per farlo. Ma ne ha anche il bisogno, perché grazie a ciò la qualità stessa del gioco può giovarne.

Concludiamo, parlando della partnership con PSM Sport. Qual è l’obiettivo e come si svilupperà questa collaborazione? Cosa ti aspetti e quali sono gli obiettivi?  Colgo l’occasione per ringraziare la PSM Sport per questa opportunità, che spero porterà entrambi a grandi traguardi. L’obiettivo principale di questa collaborazione sarà quello di far conoscere il mondo della responsabilità sociale nello sport. Questo, grazie a contributi, articoli e approfondimenti su tematiche relative, ma anche interviste dei protagonisti e condivisione delle best practice del settore. Ribadendo che lo scopo non sarà avere la pretesa di insegnare o criticare, ma solo divulgare e portare all’attenzione di più addetti ai lavori possibili qualcosa di relativamente nuovo e sconosciuto, ma potenzialmente davvero innovativo e vantaggioso. Personalmente, sono molto motivato ed entusiasta per questo progetto, che mi porterà ad approfondire ulteriormente un tema attorno al quale voglio costruire la mia carriera professionale, ma che mi darà anche l’occasione di condividere la mia attuale esperienza, che credo proprio non valga la pena tenere nascosta.

Football PR: le parole dell’esperto Stefano Marchesi

Un mondo in costante fase di aggiornamento. Lo stesso aggiornamento che abbiamo fatto con Stefano Marchesi, Football Public Relations Specialist, raccogliendo la sua testimonianza ed esperienza a distanza di qualche mese dalla prima intervista.
Siamo usciti con la tua intervista i primi giorni di Ottobre e siamo qui ora per raccontare i tuoi personali progressi professionali e per ribadire ancora una volta l’importanza delle pr in ambito sportivo, sopratutto nel caso di calciatori professionisti di alto livello. La partnership con P&P Sport Management è un evidente segno dell’ottimo lavoro svolto sin qui. Cosa significa per te questa collaborazione e come è nata? È senza dubbio una sfida affascinante che è nata dal confronto con Federico Pastorello, col quale c’è una conoscenza personale dal 1997, approfondita anche in ambito professionale dal 2000 quando ho iniziato a lavorare all’Hellas Verona con il padre Giambattista, mio presidente in gialloblù per 7 stagioni. Nel 2015 abbiamo lavorato insieme il passaggio di Marco Amelia al Chelsea, una mia intuizione nata da un’esigenza tecnica di Mourinho e finalizzata con soddisfazione di tutti da Federico che ha ottimi rapporti con il club londinese. Da allora ci siamo sempre confrontati sulla gestione dei calciatori, lato agente e lato PR, anche grazie al lavoro svolto con i miei assistiti, che i Pastorello hanno mostrato di apprezzare. A fine 2018, la chiamata di Federico e Andrea Pastorello è stata la chiusura del cerchio, tutti concordavamo sul fatto che fosse arrivato il momento di unire forze e competenze per alzare l’asticella nel panorama della gestione di calciatori e allenatori di alto livello. Management sportivo unito alla gestione di PR e immagine: per come l’abbiamo concepita è una partnership innovativa e, per certi versi rivoluzionaria, che ha suscitato anche l’interesse di Sky Sports in Inghilterra. È stata una bella soddisfazione per tutti poterla raccontare, anche perché la Premier League è un mercato nel quale contiamo di consolidarci e crescere ulteriormente nel prossimo futuro.
Altra curiosità: ti vediamo sempre in movimento, sempre in giro per l’Italia e non solo. Qual è la chiave per essere un buon PR Manager? In primis devi amare quel che fai. I ritmi nel calcio sono infernali, chi è abituato ai lavori “normali” non si rende conto di che razza di frullatore sia questo ambiente. È un lavoro che necessita relazioni, competenza, tempismo e credibilità. La responsabilità nel gestire questo tipo di professionisti è altissima, i margini di errore sono quasi azzerati perché le conseguenze possono essere davvero serie. Nel calcio abbiamo addosso milioni di occhi, decine di giornali, emittenti radio e tv che ne parlano tutti i giorni. Il primo comandamento è supportare il calciatore o l’allenatore nel fare la cosa giusta, al momento giusto, nel giusto contesto. È fondamentale saper riconoscere e prevedere i rischi con notevole anticipo, evitando situazioni pericolose. E saper intervenire con tempestività quando c’è qualche problema da risolvere, prima che sia troppo tardi. Non si costruiscono personaggi di cartone, ma si lavora per abituare calciatori e allenatori a ragionare con una mentalità diversa, è un processo educativo che fa fare al professionista un salto di qualità dal punto di vista delle relazioni, della comunicazione e dell’immagine. I risultati sono sempre molto soddisfacenti.
 
Tempestività e attenzione ai dettagli sono per noi delle qualità essenziali in questo settore. Hai elementi da aggiungere? Come ho spiegato nella mia intervista a Sky Sports UK, i tre fattori principali sono il Tempo, lo Spazio e il Rischio. Nel mondo moderno, la comunicazione ha visto quasi azzerati i tempi di diffusione di una notizia e praticamente abbattuti tutti i confini territoriali. Oggi ogni notizia è immediata e globale. Il terzo fattore è il Rischio, che dipende dall’importanza delle informazioni e dalla notorietà del personaggio. Oggi chi gestisce le PR nel calcio deve avere un ottimo margine di controllo su Tempo, Spazio e Rischio. Se non ce l’ha, è seduto su una bomba a orologeria che può scoppiare da un momento all’altro.
 
Quali i principali errori commessi dai calciatori? Come evitarli?  Il primo errore è non pensare. Agire di istinto, di impulso. Ignorare o sottovalutare le conseguenze delle proprie azioni è l’errore più grave in assoluto. Consiglio di porsi sempre delle domande prima di fare qualcosa che abbia un potenziale impatto pubblico. Una dichiarazione, un post, un commento, un like. “Che conseguenze potrebbe avere quel che sto facendo? Chi o cosa potrebbe danneggiare? È una cosa che posso evitare?”. Già farsi delle domande ci consente di guadagnare tempo. E nel dubbio, il confronto con me che per un calciatore o un allenatore ho il ruolo della coscienza parlante, è sempre utile per chiarire e fare la scelta giusta. 

Tra Ufficio Stampa & Social: intervista a Giulia Trapuzzano

Ha definito Facebook “ingiusto ma necessario”, considera LinkedIn “specifico e saggio” (condividiamo in pieno), Twitter “divertente ma morente”, Youtube “rumoroso, impossibile ma imprescindibile” ed infine, giustamente, Instagram come “danneggiato ma seducente e stimolante”. Abbiamo chiesto un parere social a Giulia Trapuzzano, Digital Strategist e Social Media Manager, classe 1990, e ne è nata una vera e propria intervista, tra mondo sportivo ed extrasportivo. Tra modelli di riferimento, prospettive e spunti non convenzionali.

Hai avuto diverse esperienze in ambito sportivo: pugilato, pallavolo e vela d’altura. Innanzitutto ti chiediamo: spesso non è facile promuovere alcune discipline definite “minori”. Riuscire a conquistare spazio e visibilità. Qual è la tua esperienza in questo senso e quali le leve giuste per raggiungere il proprio target?  Non è facile: il tuo pubblico è estremamente liquido e rarefatto, non sapresti definirne da subito gli interessi collaterali. Diciamo che molto del mio lavoro nasce da un approfondito studio di settore, imparo a scrivere e a parlare come un vero appassionato, ne scopro le ambizioni e i desideri e tutto va da sé, con po’ di esercizio e qualche volta con alcuni tentativi azzardati. Con Giovanni De Carolis ho dovuto iniziare a studiare seriamente tutto del pugilato: il regolamento molto variabile, la disciplina che muta a seconda delle diverse scuole, l’etica delle competizioni. Era un mondo completamente nuovo per me. Grazie a Giovanni ho rivalutato gli sport di lotta, ho capito cosa si intende per “nobile arte”; un profano vede una scazzottata, un appassionato un incontro di tecnica, strategia e pensiero. Ritengo che si possa comunicare efficacemente la bellezza di uno sport poco conosciuto solo se sei tu per primo ad appassionarti. Nell’estate che ho seguito l’avventura De Carolis ho avuto costantemente il batticuore e non solo per i dati di engagement che raccoglievo.

Fonte Fanpage Facebook Giovanni De Carolis

Adesso mi occupo maggiormente di sport acquatici: apnea e vela. In particolare seguo la comunicazione della s.s.d. Oxygene Sail. Oltre ad essere specializzati nella vela d’altura, organizzano corsi per giovanissimi, eventi dedicati alle scuole, corsi offshore e vere e proprie avventure estive alla scoperta del Mediterraneo. Quando ci siamo conosciuti, mi sono innamorata della loro passione per l’avventura; trasuda letteralmente da ogni cosa facciano, da ogni storia che raccontano. Vendere i loro prodotti è una sfida assoluta – della vela si conosce così poco – ma è anche semplice, perché non esiste là fuori qualcuno che non abbia voglia di avventura e scoperta.

 

Ufficio Stampa e Social Network: come si integrano questi due elementi?  Con fatica e totale dedizione. Sono stata le digital PR, l’ufficio stampa e la social media manager per un solo atleta: Giovanni De Carolis. La sua storia era già molto forte, perciò la stampa ha iniziato a contattarmi direttamente e in autonomia quasi da subito; il mio lavoro è stato concentrato soprattutto sulle interviste. Non ho perso occasione per organizzarne sempre di nuove che potessero raccontare la vicenda umana di Giovanni da punti di vista differenti: volevo ne emergesse un personaggio completo, a tutto tondo, un’immagine realistica cui ispirarsi e nella quale identificarsi. Questo lavoro d’immagine è stato essenziale per lanciarlo sui social. Un target come quello, abituato ad atleti-supereroi, massicci e aggressivi, ha risposto in maniera stupefacente alla storia personale di De Carolis, fatta tutta di amore per la sua disciplina e la sua famiglia, allenamenti, ambizione, studio, semplicità e grande umanità.

Facciamo una riflessione generale. Noi come Agenzia siamo del parere che oggi sia necessaria la formula “meno post e più qualità”. Tu come la pensi? In che direzione sta andando la comunicazione social? Gli algoritmi non premiano sicuramente l’eccedenza di informazioni, e l’utente nemmeno. Sono convinta che sia necessario puntare alla qualità dei contenuti per generare una risposta reale da parte dell’utenza: non possiamo sperare che con centinaia di post al giorno, persone già bombardate di pubblicità e notizie iper targhettizzate ci seguano. Alle volte bastano piccoli post di reminder, scritti col cuore, per ricordare alle persone di partecipare a un evento o di seguire una competizione, per creare una vera community intorno a un nome o a una disciplina. È essenziale ricordarsi che dietro a ogni impresa sportiva ci sono delle persone, esattamente come persone sono quelle sedute dietro ai pc o a scrollare sugli schermi degli smartphone. Sono per un’umanizzazione sempre maggiore della comunicazione: scriviamo meno messaggi, ma più mirati alle persone, alle cose che le rendono tali e non robot.

Parliamo di modelli di riferimento e spunti di riflessione: in ambito sportivo quali sono i club, gli atleti o le organizzazioni che più ti hanno colpito? Ovviamente motivaci il perchè secondo te comunicano bene! Nei settori che seguo io, sono sincera, manca l’intraprendenza e la volontà di fare una buona comunicazione, quantomeno in Italia. Lo scorso anno ho collaborato alla comunicazione di FIPAV e DHL (sponsor di maglia per i mondiali); il team di comunicazione della Federazione è grandioso, sono tutti pieni di energia, ma i limiti sono tanti: la difficoltà di seguire le dirette, gli accordi con le emittenti televisive, la delicatezza dell’instant marketing, il mantenimento dell’immagine della squadra, insomma, un campo minato! Ci vogliono più investimenti e risorse, più idee e voglia di sperimentare, e soprattutto più leggerezza: lasciamo la comunicazione istituzionale agli uffici stampa e riportiamo nel digitale solo le emozioni. Al momento mi piace molto la comunicazione dell’apneista Guillaume Néry, il mio atleta del cuore. Mi piace come le diverse piattaforme su cui vengono comunicate le sue imprese (non più tanto sportive quanto dedicate all’attivismo per l’ambiente) siano orchestrate in perfetta sinergia.

Fonte Fanpage Facebook FIPAV

Stesso discorso uscendo dal mondo sportivo. Quali le aziende che particolarmente ti hanno colpito? Sempre in termini di comunicazione social. Più che aziende, apprezzo molto i risultati delle agenzie che seguono marchi come Treccani ed Einaudi: sono identità che fino a pochi anni fa era difficile immaginare sui social e invece hanno trovato il modo per starci benissimo e comunicare al meglio la cultura con i mezzi digital.

Individuazione del target, fidelizzazione, coinvolgimento di un nuovo pubblico. Come si riesce ad ottenere tutto questo? Studio, dedizione e un pizzico di intuizione. L’esperienza è il collante universale, l’ingrediente perfetto che fa la ricetta. Non si diventa capaci in pochi giorni, non bastano i corsi, bisogna sporcarsi le mani e questo me lo ha insegnato proprio la comunicazione sportiva: devi fare, per progredire. Allenati e le cose cominceranno a succedere.

 

Working With Passion. La parola a Gian Paolo Maini di Modena Volley

Passione. Comunicazione. Competenza. Modena città. Modena Volley. Parlando di Sport. Giornalismo. Ivan Zaytsev. Julio Velasco. Social. Big Data.

Stavolta, abbiamo individuato queste parole chiave e non crediamo sia poco.  Auspicandoci, come sempre, che possa essere per voi lettori un approfondimento interessante vi proponiamo l’intervista a Gian Paolo Maini, Responsabile Ufficio Stampa di Modena Volley. Per noi un’altra lezione, altri spunti interessanti e un modello di riferimento da aggiungere nel nostro “database”.

Partiamo da un elemento che ci ha subito colpito e spinti a contattarla pensando di essere in linea con il suo modo di vivere lo sport e il proprio lavoro. Utilizza spesso sui profili personali l’hashtag #WorkingWithPassion: cosa significa, cosa vuole trasmettere? Un hashtag che secondo noi si trasforma in un costante e forte messaggio! Penso che per fare il lavoro del responsabile ufficio stampa all’interno di una società sportiva di alto livello come Modena Volley sia fondamentale abbinare professionalità e passione, il nostro è un lavoro totalizzante che senza una componente emozionale diventa a mio modo di vedere molto difficile da svolgere. Io ho un motore che mi spinge ad affrontare ogni giorno come una bella sfida e mi piace condividere questa idea nei miei post, da qui nasce #WorkingWithPassion.

Vogliamo conoscerla meglio. Ci racconti la sua esperienza o meglio il suo percorso formativo, gli studi ma non solo. Periodi, momenti o eventi che hanno segnato in positivo la sua carriera ed il professionista che è oggi! Mi sono laureato in scienze politiche con indirizzo comunicazione e marketing nel 2005, mentre lavoravo come direttore commerciale in un’azienda che vendeva in Italia e Spagna videonoleggi automatici. Dopo la laurea ho seguito un corso di giornalismo all’ Università di Bologna con stage in una radio/tv della città. Da sempre ho avuto una sorta di vocazione per il giornalismo e solo nel 2007, alla soglia dei trent’anni mandai una mail ad un’emittente locale per collaborare. Nemmeno un anno dopo conducevo i tg sportivi, una trasmissione a Modena e scrivevo di sport sul quotidiano collegato alla tv. Nel 2009 ho deciso di dare vita con un socio ad un’agenzia di comunicazione ed organizzazione eventi ed iniziato anche il lavoro di addetto stampa. Nel 2014 è nato www.parlandodisport.it, il sito di cui sono ancora editore e direttore, ho 5 collaboratori che portano avanti una realtà che è diventata significativa sia come contenitore di notizie che come agenzia di comunicazione, sportiva e non. Nell’ottobre 2014 ho iniziato a lavorare come addetto stampa per Modena Volley ed oggi oltre a quel ruolo ricopro quello di giornalista assunto a Radio Pico. Con l’agenzia Parlando di Sport curiamola comunicazione di ACI Modena, La Fratellanza e Hockey Amatori Modena, tre grandi realtà della mia città.

Capitolo Modena Volley: come definirebbe lo stile comunicativo del club? Quale l’obiettivo e la campagna, l’iniziativa in termini social che le ha dato grande soddisfazione? Sono alla quinta stagione in Modena Volley ed ogni giorno sento sulla mia pelle l’onere e l’onore che rappresenta il fare parte di quello che è il club con la tradizione più forte di tutti al mondo. Il nostro è uno stile comunicativo in continua evoluzione, che guarda al moderno senza mai perdere di vista la nostra storia. Non mi occupo personalmente dei social, in quell’ambito curo solamente twitter e youtube, ne sono responsabili i miei colleghi del digital. La campagna comunicativa che ricordo con maggior soddisfazione è quella legata all’arrivo di Ivan Zaytsev e Julio Velasco nell’estate scorsa: arrivava a Modena il simbolo del volley italiano e insieme a lui tornava l’allenatore che rappresenta l’essenza del volley mondiale. Oggi, a distanza di qualche mese, ricordo con grande orgoglio il giorno della presentazione di entrambi, ci fu un lavoro enorme “dietro le quinte”, fatto da uno staff che era ed è affiatatissimo. Da quando sono a Modena Volley ho vissuto e raccontato le vittorie di 3 Supercoppe, 2 Coppe Italia e uno Scudetto, ecco, le gioie per un evento riuscito perfettamente si avvicinano a quelle in cui si alza una Coppa, senza festeggiamenti in campo, ma con tanta adrenalina che lascia spazio ai sorrisi.

Crediamo che il confronto e lo studio continuo sia essenziale nel nostro settore: può indicarci un club del quale ammira la strategia di comunicazione? Perchè? Immagino sia una risposta che può essere scontata, ma ritengo che la Juventus abbia fatto un lavoro di marketing abbinato alla comunicazione sportiva che non ha eguali nel nostro Paese. Si sono dati obiettivi e li hanno raggiunti, sono passati da un livello europeo a quello mondiale senza mai dare la sensazione di essere in affanno, la comunicazione efficace nel 2019 a mio parere è anche questo:correre riuscendo a non perdere mai la concentrazione. Serve moltissimo ossigeno, loro ci sono riusciti.

Non possiamo esimerci dal farle questa domanda: cosa significa stare al fianco di un personaggio come Julio Velasco? Cosa l’ha colpita in particolare del Coach e soprattutto come motiva la sua straordinaria capacità comunicativa? Per noi e ovviamente non solo per noi un punto di riferimento sportivo eccezionale. Beh, Julio Velasco per un giornalista sportivo come me era un punto di riferimento comunicativo e lavorare con lui ogni giorno è un dono. Come tutti i “grandi” Julio ha una umiltà e una immediatezza che ti spiazzano, sa metterti a tuo agio, apprezza la dialettica, il confronto, è curioso, perennemente alla ricerca di qualcosa che possa arricchirlo. La dote che però più mi ha colpito, sin da subito, è la capacità di trasmettere concetti molto profondi con una semplicità ed una immediatezza disarmanti. Ogni volta che Julio finisce una chiacchierata il pensiero è sempre lo stesso… è di un altro livello. Lui spiega in 3 minuti quello che normalmente ti viene proposto in 30, ed è qualcosa di straordinario. Ha una efficacia comunicativa spaventosa.

Fonte Fanpage Facebook Modena Volley

Chiudiamo con una domanda che spesso facciamo. Eventi, Sponsor Day, Merchandising, Social: come si fidelizza il pubblico? Quanto è importante definire alla perfezione il target al quale ci rivolgiamo per far giungere il nostro messaggio? Il pubblico si fidelizza in tanti modi diversi, ma è fondamentale avere una linea ben chiara da tenere e lo sviluppo organizzativo del nostro ufficio ha reso possibile ciò che stiamo realizzando oggi. La definizione del target è fondamentale, non a caso l’analisi dei big data sta divenendo una priorità per tutti i club e le realtà di alto livello, l’analisi del pubblico cui ci si rivolge è il punto di partenza per ogni strategia, che si parli di comunicazione, di social o di marketing.

 

Social Media per lo sport: intervista a Luigi Di Maso

Spunti interessanti, una chiacchierata piacevole e con un ritmo fluido. L’intervista a cura della Project SPORT Management a Luigi Di Maso, Social Media Editor per lo sport.

Partiamo dall’attualità. Dopo alcuni messaggi e contatti ci siamo conosciuti di persona e incrociati al Social Football Summit. Per noi è stato un evento importante, ben strutturato e soprattutto un qualcosa che probabilmente manca, ovviamente parlando di Calcio e Social. Qual è il tuo bilancio personale dell’evento? Quali i momenti e le tematiche che più ti hanno colpito? Ecco, una cosa che mi è piaciuta molto è aver conosciuto persone come voi, con cui c’è stato un primo approccio proprio sui social. Se un evento riesce a concretizzare questo step, per chi lavora in questo mondo, ha già centrato un obiettivo. Sul Social Football Summit dico che è andato tutto oltre le aspettative. La prima volta che Massimo Tucci mi parlò di questa idea era a maggio. Vederla realizzata ti regala una sensazione di piacevole soddisfazione che dura poi nel tempo. Mi è piaciuto molto il panel “The Italian Way”, anche se Massimo mi bocciò l’idea di chiamarlo “Di padre in fan”, vi do questa chicca 😊. Proprio perché secondo me piazze come Sampdoria, Parma e Cagliari esprimono al meglio la passione viscerale del tifoso della propria città. Un tifo che viene tramandato appunto di padre in figlio, quindi fan sui social. Per queste squadre credo che lo strumento digital sia davvero il vettore per diventare intimi con i propri supporters. In realtà come queste i social media sono davvero un gran strumento.

“Aiuto società sportive, enti e associazioni ad affermarsi sul web tramite lo Storytelling, l’ideazione della strategia digital e la creazione di contenuti creativi sul proprio sito e i social.”. Abbiamo rubato la tua breve descrizione dal profilo LinkedIn: breve ma estremamente chiara. In che direzione sta andando oggi la comunicazione social? È quasi impossibile dirlo. Dico questo perché se ci pensiamo nel primo Facebook non era possibile caricare video nativi, poi tutto si è evoluto in pochissimo tempo. Ora il video è e sarà il contenuto fondamentale in una strategia di social media. Si può dire che la complessità dei contenuti aumenterà, e per complessità intendo le tipologie di format e la diversificazione. Ci tengo a sottolinearlo perché complessità in teoria è una parola che non va d’accordo con questi strumenti. Come nella vita reale, contenuti e conversazioni devono essere semplici, diretti. L’unica direzione sarà quella già intrapresa, ovvero la strada che porta al coinvolgimento dei tifosi tramite intrattenimento. Cambieranno ovviamente le tipologie di contenuto e le piattaforme che lo ospiteranno, ma la narrazione come fondamenta da cui partire, non morirà mai.

Hai parlato di Storytelling. Per noi le potenzialità della narrazione e della comunicazione persuasiva trovano nello sport il palcoscenico ideale. Riusciresti a definire il tuo/vostro stile di comunicazione? Su quali elementi in particolare fai leva? Noi di Quei Bravi Ragazzi prima di cominciare con la nostra attività, abbiamo stilato un manifesto che si chiama appunto lo stile QBR. Che poi più che stile è una questione di mission e obiettivi. Il “nostro stile” si incentra su un modo di fare e su una comunicazione etica. La nostra mission è digitalizzare lo sport fiorentino. Missione ardua ma necessaria. Non arriviamo con la spocchia di chi ne sa, al massimo come diciamo, arriviamo come supereroi che hanno semplicemente gli strumenti per aiutare i nostri partner. Il nostro hashtag di riferimento per dirti una banalità è #DigitalizziAMOlosport. Che racchiude il nostro obiettivo e il come lo facciamo, amando il mondo dello sport e dei social. Se poi parliamo di stile estetico, quando produciamo video ad esempio, l’approfondimento come scelta narrativa, e la voglia di scavare nel sentimento della società sportiva o personaggio, sono i nostri punti fissi. Siamo cresciuti a pane e Sky, quindi ricreare “il servizio di approfondimento” trasportato alle logiche del social, è quello che proviamo a fare. Facciamo leva proprio su chi è davanti a noi. Vogliamo sempre tirare fuori quell’episodio o quel sentimento che poi chi usufruisce del contenuto coglie e apprezza. Quando dobbiamo iniziare qualsiasi tipo di lavoro pensiamo: “Ok, cosa vorrebbe trovarsi sui propri smartphone / pc chi sta dall’altra parte?”.

Abbiamo approfondito il tuo profilo, sei uno dei Co-Fondatori di “Quei Bravi Ragazzi”. Nella presentazione descrivete lo stile QBR attraverso trasparenza, creatività, rispetto e collaborazione. Condividiamo i vostri valori, ci muoviamo sulla stessa linea d’onda. Vogliamo quindi approfondire un concetto, la creatività. Ne abbiamo parlato anche di persona, oggi i contenuti video, immagini e grafiche sono quelli dal quale si ottiene una maggiore risposta. Sai dirci il perchè? Ti ricordi come eravamo a scuola? Il più delle volte sfogliavamo il libro guardando solo le immagini. Siamo guidati dal nostro cervello, che è predisposto a questo tipo di cose. Ci sarebbe da aprire un discorso enorme su neuroni a specchio o più genericamente la neuroscienza, che spiega il perché reagiamo meglio a video o immagini. Ad un certo tipo di colore anziché un altro. È una questione di percezione e attenzione. È un mondo favoloso e su questo punto, visto che mi capita spesso di farlo, consiglio di seguire Gianmarco Terraciano, esperto in materia in Italia.

Se non lo avete già fatto, vi invito a guardare questo video: https://www.youtube.com/watch?v=S-a4rz1H99Q

Possiamo quindi capire che la creatività non è l’immagine bella o simili, ma la risposta migliore che si può dare ad un problema, ad una richiesta. La creatività, vedi nell’architettura, ha sempre risolto problemi, magari facendole nel modo più bello e semplice possibile.

Torniamo alla prima domanda. Cosa ti ha lasciato il Social Football Summit? Noi siamo stati entusiasti, la cosa che più ci ha entusiasmato è la struttura dell’evento: tanti casi di studio, tanti club e partner importanti, molta concretezza e poca teoria.  Il Social Football Summit mi ha triplicato la voglia di continuare a lavorare in questo mondo. Che è la cosa migliore che può lasciarti un’esperienza: l’entusiasmo.Poi c’è stato il dietro le quinte del dietro le quinte. Gli speaker si sono fatti coinvolgere talmente tanto dalla bella atmosfera, che hanno raccontato anche i particolari di come sono nati alcuni contenuti. Cosa che difficilmente ho trovato in altri eventi di formazione. Così come la disponibilità al dialogo di tutti. I casi studio e i panel differenziavano anche negli ambiti trattati, altra nota positiva. Chiudo dicendo che l’anno prossima si andrà verso il miglioramento, ma non come si è consueti dire alla fine di un percorso, sarà davvero così. Quindi una grande bomba.

Di alcuni dei nostri lavori mi piaceva segnalarti questo video con Romei (quello che ha scoperto Chiesa praticamente): https://www.facebook.com/queibraviragazzifirenze/videos/217716208732572/

Oppure questa mini serie sulla calciatrice femminile Deborah Rinaldi, campione d’Italia con la Fiorentina e grazie al percorso iniziato anche con noi, oggi atleta Adidas: https://www.facebook.com/queibraviragazzifirenze/videos/250140852156774/

 

 

Comunicazione, Marketing e Pubbliche Relazioni: intervista a Stefano Marchesi!

Torniamo alla grande con il nostro blog e apriamo la nuova stagione con l’intervista a Stefano Marchesi, Sports Public Relations Specialist, con una carriera fatta di importanti incarichi nel mondo della comunicazione sportiva e oggi tra le tante attività, PR Manager del Campione del Mondo 2006 Marco Amelia. Onestamente lo seguiamo da tempo, per la nostra realtà emergente è sicuramente uno di quei punti di riferimento che seguiamo per apprendere e aggiornarci sempre più. Una intervista dal quale abbiamo tratto ancora una volta importanti spunti di riflessione. Buona lettura!  

Alle spalle le esperienze come Responsabile Comunicazione di Hellas Verona e Udinese. Ovviamente ogni club ha le sue caratteristiche e specificità, ma riflettendo su una prospettiva generale quali sono le priorità comunicative di un club di calcio? Tra informazione e coinvolgimento, quale deve essere lo stile? Le PR sono in evoluzione continua, grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione, ad esempio i social media, che creano un contatto diretto e immediato tra la realtà del club e il mondo esterno. Oggi le società di calcio possono usufruire dei propri strumenti di comunicazione per bypassare i media tradizionali, rendendo il rapporto con i tifosi e gli appassionati più diretto e meno filtrato. Ci deve essere il giusto equilibrio tra informazione e coinvolgimento, non sono un grande fan della gestione troppo “allegra” che alcuni social media manager adottano sugli account dei club. Le iniziative più leggere e divertenti a mio avviso vanno bene se i protagonisti sono direttamente calciatori, allenatori e dirigenti sotto la regia del club. Ma certe operazioni viste su alcuni account anche di club importanti mi sembrano più frutto di una sorta di onanismo digitale per dimostrare di essere bravi e spiritosi, che nulla ha a che vedere con la tutela e lo sviluppo di brand calcistici importanti e di grande valore.

Comunicazione e marketing oggi devono avere una visione integrata. Siamo molto interessati a questo binomio che, secondo noi, si deve esprime in una comunicazione unica, efficace e coerente. Oggi come si fidelizza un partner? Dalla zona hospitality allo Stadio passando per social, eventi e coinvolgimento di atleti e tifosi: come si può raggiungere l’obiettivo? Nel mondo del calcio, il  cambio  di  strategia  in tema di PR è  innanzitutto  un  cambiamento di  mentalità: il  focus  si  sposta  sui  clienti (nel  senso  più  ampio  del  termine)  e  sul  loro  miglior  interesse.  “Cliente”  è  inteso  come  qualsiasi soggetto  al  quale  si  rivolge  l’azione  della  società.  Paradossalmente  anche  i  calciatori,  i  tecnici,  i dipendenti  e  lo  staff  del  club  sono  clienti.  Sono  i  primi  clienti.  Così  come  sono  clienti  gli  sponsor,  i tifosi,  tutti  i  soggetti  che  a  vario  titolo  sono  coinvolti  nel  mondo  della  società. E  “avere  a  cuore  il  cliente”  significa  che  tutto  ciò  che si va  a  fare  –  ogni  comunicazione,  ogni azione,  ogni  aspetto  della  vita  della  società  –  sarà  progettato  per  migliorare  la  sua  vita,  la  sua soddisfazione,  la  sua  felicità. Significa lavorare su un livello diverso, alzare l’asticella e prendersi degli impegni precisi.

Da esperto di Pubbliche Relazioni, se le dovessimo indicare un modello da seguire in termini di comunicazione di un club italiano e uno estero, quale indicherebbe e perché? Il Milan di Berlusconi e Galliani, sotto la guida del Direttore della Comunicazione Giuseppe Sapienza, ha rappresentato per me un modello da studiare e dal quale prendere spunto nel corso degli anni: una gestione consapevole, forte, che sapeva dove voleva arrivare e ci arrivava sempre con stile, eleganza, attraverso una grande capacità di coinvolgere e influenzare i propri interlocutori. All’estero trovo affascinante e maledettamente efficace il Real Madrid di Florentino Perez, in cui nulla accade per caso, tutto è curato con grande attenzione e la strategia di comunicazione è sempre orientata a valorizzare la potenza del brand madridista e tutelarne l’immagine.

Oggi cura l’immagine come PR Manager di Marco Amelia, come è nata questa collaborazione e quali sono gli obiettivi? Ne approfittiamo e le facciamo anche una seconda domanda: come si comunica il profilo di un atleta importante come quello dell’ex portiere Campione del Mondo? È necessario fare un passo indietro per comprendere questo punto. In questo lavoro è importante il rapporto umano: ci devono essere una mentalità simile, un’affinità di pensiero, la disponibilità di mettersi in discussione e la volontà di migliorarsi, senza porsi limiti. Su questi presupposti si può costruire un percorso che nel tempo possa portare dei risultati in termini di miglioramento e tutela dell’immagine, valorizzazione del “personal brand”, creazione di una percezione positiva e di alto livello del personaggio. Marco è un ragazzo intelligente, curioso, che ama confrontarsi e affidarsi agli specialisti per migliorarsi professionalmente e umanamente. A volte i rapporti più belli e soddisfacenti nascono in circostanze fortuite, ma si consolidano nel tempo grazie a un mix di mentalità, personalità, ambizione e obiettivi comuni. Dopo aver iniziato la carriera da allenatore, il nostro obiettivo a livello di personal brand è mantenerlo sempre tra i top opinion leader del calcio italiano. Dietro c’è un grande lavoro di squadra, un confronto quotidiano su tutto ciò che può portare crescita e miglioramento. Sul lato sportivo tutto il lavoro è ovviamente focalizzato su una carriera da allenatore top level: un professionista che ha lavorato con Capello, Lippi, Mourinho e Hiddink ha ben chiaro il suo obiettivo ed è ben consapevole che per raggiungerlo nulla può essere lasciato al caso.

Per concludere l’intervista le proponiamo un “gioco”: social e definizione. Le proponiamo le principali piattaforme sociali per scoprire dal suo punto di vista pregi, difetti e sopratutto potenzialità.

Facebook: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? È una piattaforma storica e consolidata, credo però debba costantemente rinnovarsi per stare al passo con le grandi novità del calcio in streaming.

Instagram: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Immediato, poiché basato su immagini e video. E in costante evoluzione. Molto utilizzato dai calciatori e seguito dai tifosi. Indispensabile in una strategia di PR.

Twitter: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Molto istituzionale e sintetico, purtroppo ingestibile per l’impossibilità di moderare utenti e commenti.

Youtube: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Nella mia visione, uno strumento di secondo piano: lo streaming, i video e le dirette social lo hanno un po’ superato come media istituzionale.

LinkedIn: quali i pregi e quali i difetti per un club di calcio? Utile per raggiungere un target professionale, per il recruiting e le relazioni con sponsor e partner commerciali.

SOCIAL RESPONSIBILITY: FOCUS SULLA CERTIFICAZIONE UNI ISO 20121:2013. NE PARLIAMO CON ANDREA VINCENZI DI TÜV NORD ITALIA

 

E’ un argomento che ci interessa da sempre, un tema che cerchiamo di approfondire, conoscere e diffondere. Parliamo di responsabilità sociale applicata allo sport, parliamo di certificazioni ed eventi sostenibili. Dettagli, obiettivi, missione, impatto della CSR nel settore sportivo, con uno specifico focus sulla certificazione UNI ISO 20121: 2013. L’intervista ad Andrea Vincenzi, membro della Divisione Sistemi di Gestione dell’organismo internazionale di certificazione TÜV NORD Italia e responsabile tecnico e Lead Auditor per lo standard ISO 20121. 

Partiamo dalla definizione: quali sono le peculiarità della certificazione UNI ISO 20121: 2013? Prima di tutto, la ISO 20121 è un linguaggio universale. Si tratta infatti dello standard di riferimento della International Organization for Standardization per il settore degli eventi, e a differenza dei moltissimi pur validi disciplinari privati che sono in circolazione, questa copre l’intero spettro dello sviluppo sostenibile, nelle sue 3 dimensioni inscindibili: economica, ambientale e sociale.  Il suo linguaggio è riconosciuto e condiviso universalmente in tutto il mondo. Pertanto chi soddisfa dei requisiti della ISO 20121 è in grado di mettere in relazione la propria attività a quella dei maggiori organizzatori ed eventi a livello internazionale, come le Olimpiadi da cui lo standard trae origine, misurando il proprio livello e cogliendo soluzioni e spunti di miglioramento continuo. Non si tratta di vedersi imposto un metodo, ma requisiti comuni da soddisfare tramite le proprie procedure interne; un framework all’interno del quale far rientrare le specifiche attività svolte. La ISO 20121 porta il concetto di sostenibilità in un settore, quello degli eventi, che spesso per la sua particolarità (grandi spostamenti di persone in tempi ristretti, necessità di essere “live” senza possibilità di sbagliare, ecc.) tende a soprassedere a maggiore garanzia del risultato finale, mentre ha invece un grossissimo impatto sulla location e la comunità ospitante.  La 20121 è adattabile per intero al settore degli eventi, di qualsiasi tipo e dimensione, e permette di certificare singoli eventi o gruppi di eventi, organizzatori, location per lo svolgimento e fornitori.

Si parte dall’analisi dell’evento. Rischi, impatto ambientale, stakeholder. Quali le specifiche prese in considerazione? Hai giustamente menzionato tre dei principali requisiti della ISO 20121 che, unitamente a una approfondita analisi del contesto interno ed esterno, sono input alla pianificazione dell’evento/ degli eventi, consentendo di delineare cosa fare o non fare, quali sono i risultati da conseguire e le occorrenze da evitare, nonché il modo e gli strumenti migliori per farlo. L’analisi dei rischi è un concetto fondamentale per l’organizzazione di eventi, dove spesso non c’è una seconda volta in cui applicare azioni preventive generate da esiti indesiderati emersi durante lo svolgimento. Si tratta di cercare di prevedere qualsiasi cosa potrebbe andare storto o mettere a repentaglio la buona riuscita dell’evento, classificare il rischio secondo la sua probabilità e potenziale gravità e prevedere azioni e “piani B” da attuare per ridurne la portata (prevedendo il fatto stesso che non tutto è prevedibile a tavolino e in anticipo e prepararsi a reagire). Di nuovo c’è il concetto di impatto che, nel caso della ISO 20121, non può essere limitato alla dimensione ambientale. Benché questa sia cruciale, lo sono in maniera equivalente la stabilità economica e la dimensione etica e sociale, e la loro maggiore o minore pertinenza deve essere valutata caso per caso, in base al contesto. Proprio qui sta la sostanziale differenza tra evento sostenibile e evento “green”: le altre due dimensioni dello sviluppo sostenibile devono essere oggetto della medesima attenzione e di opportune azioni volte a ridurre gli impatti e obiettivi di miglioramento. Pensiamo per esempio alla piena accessibilità agli eventi per i diversamente abili, alle condizioni di lavoro, alla discriminazione. Gli eventi sportivi in quanto spesso motori di integrazione e educazione ai valori e al rispetto presentano terreno fertile per progetti sociali e sensibilizzazione verso l’interno e l’esterno, altro importante requisito.

concert-768722_1920

Ci occupiamo di comunicazione, siamo attenti alla pianificazione di ogni contenuto, cercando di potenziare ogni nostro processo in una prospettiva di responsabilità sociale: quali i vantaggi di immagine per chi decide di attivare un percorso del genere nella propria azienda o evento? Il fatto di ottenere una certificazione di terza parte per il proprio sistema di gestione ISO 20121 significa superare un audit di verifica sul proprio operato da parte di TUV NORD, organismo indipendente di verifica il cui marchio è riconosciuto a livello internazionale.  Il Certificato rilasciato e il marchio di certificazione di TÜV NORD sono garanzia di conformità ai requisiti dello standard e permettono darne dimostrazione a tutti gli stakeholder, Oltre agli indiscutibili benefici operativi in termini di sostenibilità, questo rappresenta un importante strumento di brand reputation e credibilità, che può essere usato per dare nuovo lustro e visibilità alla propria immagine societaria, a riqualificare la propria proposta sul mercato dell’organizzazione eventi e a differenziarsi notevolmente in positivo rispetto ai competitor.  Nel contesto italiano, infatti, la ISO 20121 denota ancora una certa avanguardia.  La fiducia e l’apprezzamento che possono generare e la dimostrazione di impegno nei confronti di pratiche sostenibili data dall’acquisizione della certificazione possono avvicinare praticanti, tifosi, investitori e facilitare i rapporti con le istituzioni. Infine, questa certificazione come detto è uno strumento attivo di CSR (o RSI) e supporta le organizzazioni nel fare la propria parte per il raggiungimento dei 17 Sustainable Development Goals fissati nell’agenda 2030 di COP21-Parigi, secondo cui ognuno di noi e ogni singola organizzazione è tenuta a dare il proprio piccolo ma significativo contributo verso un futuro maggiormente sostenibile.

Responsabilità sociale come percorso di valorizzazione dell’azienda e dell’evento: quali possono essere i benefici? La RSI è un argomento sempre attuale. L’importanza di andare in questa direzione è ormai comprovata e questo approccio è adottato non solo dai grandi gruppi internazionali, che per definizione hanno necessità di bilanciare il loro notevole impatto nel contesto socio-economico globale (e talvolta non solo) e hanno tutto l’interesse a generare valore e ricchezza sul territorio, favorevoli condizioni di lavoro e contentezza nei propri dipendenti, ma anche a livelli intermedi. Uno standard di riferimento per la CSR è la SA 8000, per la gestione della Responsabilità Sociale, che ha nell’Italia il paese di maggiore diffusione e ha già penetrato e permeato vari settori, tra cui quello dei servizi, il food&beverage, il tessile, ed è ora richiesto in bandi di gara del contesto industriale e produttivo. TÜV NORD ha recentemente portato la SA 8000 nel settore sportivo, con la certificazione etica della società ALMA Trieste Basket. Con la ISO 20121, rappresentano veri e propri strumenti operativi per dare concretezza al ruolo che il mondo sportivo dovrebbe ricoprire, come ho già detto in precedenza, di driver verso un comportamento etico e responsabile in ottica Agenda 2030 e non solo.

dreamstime_xxl_6095747

Concludiamo, chiedendoti una riflessione personale del rapporto tra responsabilità sociale e sport. Cosa ne pensi? La ISO 20121 nasce nel contesto sportivo, è stato il responsabile della sostenibilità del Comitato organizzativo delle Olimpiadi di Londra del 2012 a richiedere espressamente una riflessione in questo senso alle organizzazioni internazionali di standardizzazione. Per questo lo standard non può che rispondere perfettamente alle esigenze di una società impegnata in attività e competizioni sportive, a partire dalla necessità di rendere migliore la permanenza e l’avvicinamento ai luoghi di svolgimento delle gare al proprio pubblico, passando per la necessità di avvicinare tanti giovani all’attività sportiva e ai valori di integrazione, comunità e rispetto che la caratterizzano, fino alla necessità di lanciare un messaggio importante di sensibilizzazione agli appassionati. Gli sportivi, come i musicisti, in quanto idoli dei più giovani, sono ottimi “testimonial” in questo senso, o “influencer” per dirla con il linguaggio di oggi e possono riuscire a piantare e far attecchire a dovere il seme della sostenibilità nelle generazioni più giovani. Fare sentire ad ogni singolo partecipante all’evento sportivo che il proprio contributo è importante ai fini del raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità che la società si è data è un ottimo inizio. Inoltre, la reputazione positiva che la ISO 20121 conferisce, può facilitare l’avvicinamento di grossi investitori, sempre alla ricerca di progetti di CSR pieni di valore da sostenere e desiderosi di legare il proprio nome a realtà che hanno dimostrato tramite la certificazione di essere virtuose e impegnate nella sostenibilità e di essere in un certo senso direttamente proiettate nel futuro (per esempio, ai tempi delle Olimpiadi 2012 una famosa bibita sostenne direttamente lo sviluppo tecnico per l’implementazione dello standard ISO 20121 nei Giochi).